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martedì 23 dicembre 2014

Pelle d'oca

Come? Non scrivo da Settembre? Come vola il tempo quando gli esami sono all'orizzonte, ma ora basta parlare di me, largo all'argomento di questo post davvero poco natalizio. Siccome è da un bel po' di tempo che non parlo esplicitamente di modelli o prodotti destinati all'infanzia che trovo positivi (se non per altro, per un'infanzia libera da stereotipi di genere) ho deciso di farlo adesso, parlando di una collana di libri per bambini che se siete cresciuti, come me, tra gli anni '90 e i primi anni 2000 conoscerete molto bene.

Pelle d'oca,
stai attento,
stai per prenderti
uno spavento!* 

Piccoli Brividi, in inglese Goosebumps (letteralmente Pelle d'oca da cui nasce il titolo del post) è una serie di libri per bambini scritta dallo statunitense R.L.Stine di genere horror. Vi ricordate i libri che le vostre maestre delle elementari non volevano vedere circolare fra i banchi additandoli come pattumiera e minacciandone il sequestro? Sì, sono proprio questi. Eppure probabilmente molti di noi hanno sviluppato amore o almeno interesse per la lettura anche grazie anche a loro. I libri sono economici, le storie sono avvincenti, si leggono velocemente e il finale non è mai banale. Certamente non si sta parlando di capolavori della letteratura per l'infanzia e non intendo suggerire agli insegnanti di aggiungere Piccoli Brividi alla lista di libri per le vacanze accanto a "La fabbrica di cioccolato" (a proposito, ma sono l'unica a trovare Willy Wonka un personaggio odioso nonostante il libro ai tempi mi sia anche piaciuto?) e "Ascolta il mio cuore", ma io penso che spesso basti una storia accattivante per accendere in un bambino la scintilla della lettura e questi libri certamente lo sono, accattivanti. Di cosa parlano dunque le storie? E' presto detto. I racconti di Piccoli Brividi sono, appunto, storie dell'orrore per bambini, diciamo dai sette agli undici anni (anche se non mi piace classificare i libri per età e non sono palesemente capace). Sono quasi sempre narrati in prima persona, il protagonista è un ragazzino o una ragazzina spesso di un'età fra i nove e i dodici anni ed è sovente affiancato/a da un comprimario, spesso il fratello, la sorella o l'amico del cuore. Nel corso del romanzo, protagonista e comprimario fanno spiacevoli incontri con creature spaventose e sovrannaturali, quali mummie maledette, pupazzi stregati, golem de fango, spettri malinconici e fattucchiere vendicative, fissate con le buone maniere. Per liberarsi di queste spiacevole presenze e delle loro maledizioni, i ragazzini si servono del loro ingegno e del coraggio, ma quasi sempre a ribaltare le carte in tavola, nel bene o nel male, è un'intuizione particolare, l'intervento di un insospettabile personaggio secondario o un colpo di scena che regala ad ogni volume un finale a sorpresa tipico del genere horror (la protagonista scopre di essere un fantasma, piuttosto che un mostro, il pericolo che si credeva scampato si ripresenta, eccetera). Come ho già detto, non si tratta di capolavori, ma di romanzi innocui che possono soddisfare il desiderio dei più piccoli di avvicinarsi all'horror (si sa che spesso i bambini tra le elementari e le medie sono irrimediabilmente attratti da film, libri e leggende metropolitane "di paura" e allo stesso modo tremendamente spaventati), senza incappare in porcherie come questa (ultimo grido fra i decenni di mia conoscenza).
Parliamo di uno dei motivi per cui ancora oggi li ricordo con piacere e li consiglierei a dei giovani lettori: la parità di genere. I libri scritti da Stine sono più di ottanta, ovviamente non li ho letti tutti (facciamo una quindicina) e non andrò certo a controllare la trama di ognuno, ma in linea di massima posso affermare che, tra protagonisti e comprimari, si alternano maschi e femmine. I comportamenti dei ragazzi non sono dettati dal loro genere, non ci sono qualità e difetti tipicamente maschili o femminili. I bambini vivono spaventose avventure provando paura, terrore, esultanza, sollievo, sorpresa, disgusto, indipendentemente dal loro sesso. Sono richiamati ad affrontare le propria paure e a trovare una soluzione rapida per mettersi in salvo che siano giovani ragazze o giovani ragazzi. I pregi e i difetti, le speranze e le paura non sono la prerogativa di un sesso determinato, né di una generazione determinata, ma patrimonio comune di tutti e credo sia questo il motivo per cui, nonostante la semplicità, i libri hanno avuto molto successo tra entrambi i sessi. Tutti i bambini desiderano farsi degli amici e si sentono tristi se non vi riescono, tutti cercano di apparire al meglio davanti ai coetanei anche quando si sentono insicuri, si sentono spesso incompresi o sfiduciati dagli adulti che sono distanti, ingiusti e non comprendono, sono affascinanti dalle leggende di mostri e spettri e terrorizzati quando le loro più intime paure si materializzano nella realtà.
Del resto, il sovrannaturale e l'orrorifico hanno sempre affascinato e spaventato sia i maschi che le femmine ed ognuno di noi probabilmente si ricorda di un racconto dell'orrore sentito dagli amici una sera della sua infanzia che è rimasto impresso nella sua memoria o di un edificio particolarmente suggestivo che ha immaginato essere infestato dai fantasmi. E siccome da bambina mi dilettavo a inventare storie su case stregate e bambole dell'orrore, terrorizzando in egual misura i miei coetanei sia maschi e che femmine, ho voluto scrivere questa nota positiva su Piccoli Brividi. E' infatti una serie di libri che ci insegna una grande verità: davanti a un lupo mannaro assetato di sangue urliamo tutti allo stesso modo.
;)

*Lo so, lo so che è una citazione presa dalla serie televisiva, ma non ho resisito. Pignoli.

Nel caso questo post vi abbia particolarmente interessato e muoriate (letteralmente) dalla voglia di leggere uno dei libri, vi do i miei tre titoli preferiti: la scuola maledetta, il fantasma della porta accanto e il mistero del lago gelato (un altro molto carino è "ectoplasmi!" il che mi suggerisce che forse sono un po' troppo ossessionata dai fantasmi...).

martedì 9 settembre 2014

Il fenomeno Violetta e la precocizzazione delle bambine



Cari lettori, torno ad occuparmi del blog dopo un lungo periodo di latitanza. Avrei voluto scrivere molto prima, ma eventi del tutto indipendenti dalla mia volontà mi hanno tenuta molto occupata in questi mesi e non ho avuto il tempo di sedermi ed elaborare un nuovo post ed è un vero peccato, perché occuparmi di certe tematiche e confrontarmi con le vostre risposte mi edifica molto. :)

Bando alle ciance, oggi volevo parlare di una telenovela argentina che ha avuto grandissimo successo in Italia, soprattutto fra le ragazzine, sto parlando di Violetta.

Alcuni giorni fa, Martina Stoessel, l’attrice-cantante protagonista della serie, è volata fin qui per incontrare Papa Francesco ed esibirsi, in occasione della partita della pace, con una canzone. Nel descrivere l’incontro tra i due connazionali i giornali hanno ribadito la fama del personaggio, un vero e proprio idolo per moltissime bambine italiane. Se di queste ultime noi curiosi prendessimo un campione di età compresa, diciamo, fra sette e dodici anni e ponessimo loro la semplice domanda “Conosci Violetta?” molto probabilmente riceveremmo una unanime risposta affermativa. Importante (sebbene non totale) sarebbe anche la percentuale di bambine che non solo conoscono ma che guardano la telenovela con grande piacere. Se ancora non fosse bastato l’incontro con il Papa o l’annunciata e seguitissima tournée italiana a farci capire la notorietà del personaggio, ci basterà dare un occhiata in giro: guardare nei negozi di giocattoli, nelle librerie, nelle cartolerie; dove scoveremo con estrema facilità una quantità notevole e a volte eccessiva di bambole, microfoni, cd, libri, giornalini, diari, astucci, zaini, ma anche patatine, caramelle, gelati (giuro che quest'estate mi sono imbattuta nel gusto Violetta), palloncini con una faccia sorridente di quindicenne stampata sopra e una firma viola e svolazzante. Questa è Violetta. Quando un programma è di successo il suo declinarsi in ogni tipo di prodotto per l’infanzia ed apparire ovunque (dal diario di scuola alle mutande firmate) ormai non sconvolge più di tanto, succede con Peppa Pig, con i Supereroi, con le Principesse Disney e prima ancora era accaduto con Winnie the Pooh, con I Gormiti, con le Winx… Sappiamo troppo bene per scandalizzarci che la nostra è una società capitalista e consumista, una società che ha bisogno di creare consumatori, che non appena trova qualcosa, o qualcuno, che ha successo tra i potenziali acquirenti, giovani e non, esso viene spremuto per ricavarne profitto e affiancato a qualunque bene di consumo per renderlo più desiderabile e per farne vendere più campioni.

Io, però, non voglio scrivere un post per denunciare il sistema economico in cui viviamo (non ho le conoscenze, né le competenze per farlo), quanto discutere della telenovela Violetta e del suo pubblico, analizzarla un po’, esprimere i miei dubbi su un fenomeno tanto di successo.
Innanzitutto la trama: come ogni telenovela che si rispetti, lo scheletro che tiene su la storia è piuttosto semplice e viene arricchito di puntata in puntata con colpi di scena, morti, tradimenti, riconciliazioni, nuovi personaggi, scomparse, ritorni e quant’altro. Qui la storia generale vede una quindicenne di belle speranze, Violetta appunto, molto dotata per il ballo e il canto, che vorrebbe fare di queste passioni il suo lavoro. Il suo sogno è però inizialmente ostacolato dal padre, memore dell’incidente avvenuto molto tempo prima alla consorte, famosa cantante, morta proprio durante una tournée, rendendo la figlia orfana di madre. Grazie all’aiuto della sua istitutrice, in realtà sua zia, Violetta riesce a iscriversi ad una prestigiosa scuola di musica, lo Studio 21, dove inizia l’ascesa verso il successo, stringe nuove amicizia e dove, soprattutto, incontra una rivale e conosce l’amore.

Alessio Cappuccio per il sito blogosfere.it ha commentato sulla serie: "Violetta si inserisce sul filone di Il mondo di Patty: ovvero avventure adolescenziali-sentimentali trattate con piglio seriosamente divertito. Una specie di Beverly Hills all'acqua di rose per teenager". Sono abbastanza d’accordo con l’analisi generale di Cappuccio del fenomeno Violetta e ve la linko qui, nel caso qualcuno avesse voglia di leggerla. Tuttavia, non sono completamente d’accordo con la frase estrapolata, per il semplice fatto che più che di Beverly Hills per teenager, guardando Violetta, sarebbe più adatto parlare di Beverly Hills per bambine. Di fatto, le teenager vere disdegnano i telefilm "all'acqua di rose", ma guardano Beverly Hills, 90210, The O.C. (questo è un po’ vecchio), Sex and the City e Glee. Sono le loro sorelline o anche solo le vicine di casa più giovani che guardano Violetta. Guardiamo i numeri, in Italia gli ascolti più alti si registrano nella fascia delle telespettatrici dai quattro ai quattordici anni, un campione decisamente vasto. Se dovessimo fare la media matematica ne risulterebbe che la telespettatrice media di Violetta ha nove anni (14+ 4= 18; 18/2= 9), il che è plausibile vista la quantità di giocattoli e vestiti che portano il suo brand, il numero di inserti a lei dedicati su siti come, bambini.eu o movieforkids, il suo successo al Kids’ Choice Awards, la cover di “All’alba sorgerò” (la popolarissima canzone del film Frozen) di Martina Stoessel... Tutto porta a pensare che il pubblico della telenovela sia composto essenzialmente da bambine e da tweenies (pre-adolescenti, ragazzini e ragazzine dai 9 ai 12 anni), mentre i suoi protagonisti sono quindicenni alle prese con le problematiche tipiche della adolescenza, permeate da un più cool e sempre presente sogno di ottenere fama e successo. La nostra spettatrice tipo di Violetta, ricordiamolo, ha 9 anni e ogni pomeriggio segue le vicende di una idol di quindici. Viene così proiettata in un mondo diverso dal suo, altro, che lei crede sia quello che l’aspetterà fra qualche anno (non vede l’ora) e che vivono già le sue sorelle maggiori o le sue cugine. Ecco cosa trova in questo mondo:
Rivalità femminile. È un mondo dove le ragazze più talentuose devono competere e schiacciarsi vicendevolmente, sul palco come nella vita, un mondo dove la Migliore (la regina incontrastata dei superlativi, la più talentuosa, la più bella, la più popolare con i ragazzi, la più di successo) può essere solo una. Se è vero che la nostra Violetta ha due amiche (Camilla e Francesca), è anche vero che molto più spazio e popolarità, sia sullo schermo che tra le fan, ottiene la sua arci nemica e rivale Ludmilla, una sorta di anti Violetta, talentuosa e bella quanto lei, ma cattiva, spietata, disonesta e capricciosa così all’eccesso da risultare parodistica e ottenere l’affetto e l’ammirazione delle bambine a casa molto più delle anonime amiche della protagonista. Queste non hanno alcun talento particolare se non lo stesso di Violetta (cantare e ballare), ma in misura sensibilmente inferiore e sembrano destinate all’eterno ruolo di comparse, quasi a suggerire che l’amicizia fra ragazze è possibile solamente se gerarchica e l’amica fedele è tale perché non può aspirare a nulla di meglio; se appena diventa qualcosa di più della semplice spalla non può restare nel gruppo, ma deve cercarsene un alto da guidare, diventando magari una nuova rivale. Due amiche femmine, nel mondo di Violetta, non sembrano poter stare sullo stesso piano, né competere amichevolmente, né essere entrambe intelligenti o talentuose, deve essercene per forza una che superi l’altra.
Già quello dell’amicizia obbligatoriamente gerarchica dove esiste la protagonista e la migliore amica uno scalino sotto di lei, mi pare un messaggio triste, soprattutto per bambine delle elementari o che si affacciano alle scuole medie, ma non è il solo che se proposto a spettatrici così giovani perplime. Vediamone un altro
I ragazzi e l’amore. Nel pieno rispetto delle telenovelas, l’amore in Violetta non può mancare. Ricordiamo che i personaggi sono quattordici, quindici, sedicenni ed è plausibile che vi siano delle sotto trame di cotte, innamoramenti, fidanzamenti, gelosie e intrighi forse anche un po’ eccessivi ma non scandalosi. A proposito di scandalo, è interessante notare come, pienamente coscienti del fatto che il prodotto è destinato più alle bambine che alle teenager, gli sceneggiatori abbiano completamente epurato le vite di questi adolescenti dal sesso. Non solo in Violetta non si fa sesso (elemento che invece viene esasperato in altri teen-drama, specificatamente per teenagers, come Glee o La vita segreta di una teenager americana, dipingendo quindicenni e sedicenni come persone che fanno sesso o che hanno la concreta possibilità di farlo molto più di quanto non avvenga nella realtà e creando magari un senso di inferiorità in quei telespettatori a casa che al sesso sono naturalmente interessati, ma non lo hanno ancora sperimentato), ma di sesso non si parla nemmeno, non vengono fatte allusioni (fatta eccezione per qualche personaggio adulto che va incontro a una gravidanza, o più sovente la simula per incastrare il ricco belloccio di turno), è un elemento che, irrealisticamente, viene completamente censurato. Così come viene censurato il nudo, il linguaggio volgare, il fumo, la droga (parlo di semplici canne) e tutto quello che in generale preoccupa i genitori dell’adolescenza. Sesso, droga e rock and roll. Le cotte però permangono e in particolare la nostra Violetta si innamora di due compagni di scuola, il sensibile e distaccato Tomas e il ribelle ed arrogante Leon (quest’ultimo avrà infine la meglio), inizialmente fidanzato con la perfida Ludmilla (dunque alla fine Violetta non avrà la meglio su Ludmilla solo nel campo del talento, ma anche in quello amoroso, quasi a ricordare che chi “vince” nella vita, deve vincere in tutto). Insieme al prevedibile triangolo, non mancano personaggi con cui Violetta e le sue amiche intrecciano storie veloci, danno baci sbagliati, che frequentano e di fatto illudono per dimenticare un amore passato. L’amore che fa male, i “ti amo” detti come se piovesse, la difficoltà di dimenticare il ragazzo che ha fatto soffrire, la relazione finita male. Tutti questi elementi, presentati alla nostra solita telespettatrice di nove anni non sono un po’ precoci? La censura ipocrita del sesso non basta a rendere un programma adatto a delle bambine. Riteniamo giustamente il corpo e la psiche dei bambini e delle bambine non ancora abbastanza sviluppati per fare sesso, ma spesso sorvoliamo sul fatto che allo stesso modo la loro mente non è ancora matura per provare quei sentimenti, come l’amore, il desiderio, la passione, che poi inevitabilmente e naturalmente portano anche al sesso. Ecco il controsenso, mentre molti genitori sono attentissimi nel censurare ai figli qualsiasi rimando alla sessualità nella vita reale per proteggerli e non precocizzarli, non lo sono altrettanto nel non precocizzare i loro sentimenti, il modo di pensare, l’approccio al mondo e all’altro da sé ed è alle bambine che si rivolgono questi messaggi precocizzanti.
Alla fine, ciò che pensa la nostra tipica telespettatrice di nove anni guardando Violetta è “voglio essere come lei”, pensiero apparentemente innocuo per i genitori proprio perché si tratta della tipica brava ragazza, intelligente ma non troppo, brava a scuola, diligente, generosa, di talento e ostinatamente vergine, ma che ha atteggiamenti e prova sentimenti tipici di una quindicenne, che fa e dice cose da adolescente che vive in un mondo di adolescenti. Questo modo di essere Violetta viene bramato, desiderato e introiettato dalle bambine, che assumono atteggiamenti che sarebbero naturali e conformi allo sviluppo fisico e mentale suo e dei coetanei tra cinque o sei anni.
Il peggio, forse, è che questa precocizzazione colpisce molto di più le bambine, separandole dai coetanei maschi, creando una frattura. I primi vedranno sempre più le femmine come qualcosa di alieno, di incomprensibile, di diverso, con cui non è possibile stabilire un rapporto di parità, di amicizia, di alleanza. Stupide, civettuole, ma soprattutto lontane dal loro mondo. Allo stesso modo anche le seconde vedranno i coetanei come qualcosa di diverso, per i quali si può provare fastidio, “odio”, “amore”, ma con cui non si può realmente stabilire un rapporto alla pari perché non si parla la stessa lingua e magari saranno interessate ai bambini più grandi o ai ragazzi che assomigliano di più a un Leon o a un Tomas. Violette intrappolate nel corpo di bambine di nove anni.
Come se non bastasse, non è insolito che nel giornalino di Violetta (incredibilmente simile a riviste come Top girl o Ragazza Magazine) vi siano pubblicità di serie tv dichiaratamente per teenager o articoli su trucchi, moda, pettegolezzi e tutti argomenti generalmente destinate lettrici di quattordici o sedici anni.
Forse avrete sentito anche voi la frase “le ragazze maturano prima dei ragazzi” e c’è certamente qualcosa di vero, soprattutto dal punto di vista fisico (generalmente le bambine raggiungono la pubertà prima dei coetanei), ma mi chiedo se non si stia calcando un po’ troppo la mano, spostando la pubertà femminile uno scalino sempre più basso e togliendo alle bambine una fetta sempre più ampia di infanzia. Un periodo della vita giudicato da tutti così prezioso e delicato che sembra incredibile quanto gli stessi che lo ammirano e lo difendono si adoperino in tutti modi per accorciarlo.
Soprattutto nelle bambine.

Se non ne avete ancora abbastanza :P linko una breve intervista ad una psicologa che ho trovato in rete. Eccola!

lunedì 21 aprile 2014

I desideri

Questo post è dedicato a tutti coloro che sono convinti che i bambini e le bambine siano profondamenti differenti in quanto maschi e femmine e che in virtù del loro sesso giochino in maniera diversa, si comportino in maniera diversa, pensino in maniera diversa e sognino in maniera diversa. Questo post è dedicato a tutti coloro che credono che, indipendente dall'ambiente in cui crescono, i maschi facciano i maschi e le femmine facciano le femmine.
Vi propongo un esperimento
Si prenda un foglio di carta bianca e vi si disegnino sei grandi stelle gialle, all'interno di ogni stella si scriva la parola "vorrei", poi in cima a quel foglio, in grande, "Le stelle cadenti" e più in basso "esprimi i tuoi desideri nelle stelle cadenti". Si lasci poi che i bambini (diciamo più o meno dai sei agli otto anni di età visto che l'esercizio è pensato per le seconde elementari) scrivano i loro sogni. E' importante che il foglio dato ai bambini sia bianco e pieno di stelle gialle, senza brand di alcun tipo, niente Barbie, niente Pokèmon (nulla di personale, io adoro i pokèmon), niente principesse o supereroi, insomma nulla che possa suggerire ai bambini un desiderio.
Ecco che cosa ho ottenuto io
Vorrei avere tanti amici
 Vorrei andare sulla luna
Vorrei che i pesci diventassero amici miei
Vorrei saper volare
Vorrei vedere i delfini
 Vorrei essere magic* 

Facciamo un paio di osservazioni, nessun desiderio riguarda giocattoli né cose da possedere (in questo caso non c'è nemmeno un animale domestico). Voglio specificare che questo esercizio è stato svolto durante l'estate, quando chi ha scritto i desideri non stava per compiere gli anni, e non durante il periodo natalizio. Proprio il periodo estivo potrebbe aver condizionato il desiderio numero tre e il desiderio numero cinque, che magari non sarebbero stati espressi a Novembre o a Febbraio se si considera anche che chi ha svolto l'esercizio vive in una grande città lontana dal mare. La domanda che vorrei porre ai gentili lettori è la seguente, quali desideri sono stati espressi da un bambino e quali invece da una bambina? Tra questi desideri ce ne sono alcuni maschili ed altri femminili? Voler andare sulla luna è un desiderio da uomo o da donna, e desiderare tanti amici?
Secondo quali parametri un bambino dovrebbe voler qualcosa che una bambina non vuole? Io, se mi venissero messi davanti questi desideri, sinceramente non saprei dire quali siano stati espressi da un maschio e quali da una femmina e se azzardassi delle risposte probabilmente sarebbero sbagliate. 
Se però voi siete convinti che la differenza fra bambini e bambine sia così netta provate pure a indovinare se i vari desideri sono stati espressi da un Marco o da una Giovanna. Pensateci in fretta perché sto per darvi la soluzione.
Prima però alcune precisazioni.
Chi ha espresso i desideri aveva una televisione e guardava i cartoni animati regolarmente.
L'età media di chi ha espresso i desideri è di sette anni e mezzo
Chi ha espresso i desideri aveva visto la maggior parte dei film Disney
I desideri sono stati espressi più o meno tredici anni fa.
Chi ha espresso i desideri non è stato cresciuto/a in maniera del tutto scevra da condizionamenti di genere, ma ha sentito dire "femminuccia", "maschiaccio", "principessa", ha sentito dire che alle femmine piace il rosa ed ai maschi il calcio, ha indossato un grembiulino del colore associato al suo sesso, è crescito/a, insomma, immerso nella società e non in una grotta.
Tutti i desideri sono stati espressi da una bambina.
Ringrazio quella bambina per avermi fatto condividere i suoi desideri e per mettersi davanti a me ogni giorni, per giudicare le mie scelte, per ascoltarmi, per dirmi in faccia senza peli sulla lingua cosa sono diventata e se questo qualcuno le piace o no, se io sono quello che aveva sognato per lei tanti anni fa. Spero di non dimenticarla mai, perché quella bambina ha gettato le fondamenta della donna che sono ora ed io la ringrazio.
Nel caso non vi fosse ancora chiaro, quella bambina ero io a sette anni e mezzo.

venerdì 6 dicembre 2013

Regali di Natale (cosa speriamo di trovare sotto l'albero)

Non so ne ve ne siete accorti, ma sta arrivando Natale. Non provateci nemmeno a lamentarvi delle tremila decorazioni sbrilluccicose su ogni balcone che vi fanno rischiare un attacco epilettico mentre siete alla guida e nemmeno dei Babbi Natali impiccati alle finestre che immancabilmente qualche sciura scambia per ladri rischiando l'infarto. Non lamentatevi perché qui in Inghilterra gli addobbi hanno cominciato a metterli a Novembre, subito dopo il Guy Fawkes Day che, per chi fosse carente in storia anglosassone e a digiuno da V per Vendetta, è il 5 Novembre. La verità è che, premessa cinica a parte, io amo il Natale. Sul serio, amo pure la ressa nei centri commerciali, specialmente se giustificata dall'arrivo dei mercatini artigianali. Quando arriva il momento di decorare l'albero fremo e ogni anno in famiglia si compra immancabilmente un'altra pallina, finché non si deve cambiare l'albero... o cambiare casa. Una delle cose che adoro di più del Natale sono i giocattoli. A me i giocattoli piacciono, mi piace andare in giro per i negozi e vedere che cosa si vende. Se i giocattoli per le bambine sono tutti rosa o ci sono altri colori se i reparti di giochi "da maschio" e "da femmina" sono ben separati, non così definiti o addirittura inesistenti come a La Città del Sole o Imaginarium (essendo anche questo arrivato finalmente nella mia città posso fare festa!). Mi piace vedere i giocattoli più venduti e riflettere. Cosa sono? Come ci si gioca? C'è un modo giusto o sbagliato per giocarci? Cos'hanno che piace tanto? Perché? A me sarebbero piaciuti da piccola? Ci avrei giocato? Ci giocherei adesso? Con il teatrino da costruire che ho visto oggi eccome se giocherei! Insomma, se non lo avete ancora capito in questo post parlerò di regali di Natale, soffermandomi in particolar modo sui giocattoli. L'anno scorso il blog Un altro genere di comunicazione aveva stilato una lista di giochi indesiderati perché alimentanti stereotipi di genere. Potete trovare il post qui e quello di quest'anno sempre sull'argomento Regali di Natale qui. Dico subito che secondo me pochi giocattoli, o almeno non tutti quelli che di solito vengono definiti come tali, sono sessisti. Cicciobello, per dire, a mio avviso non è sessista. Rappresentare sempre e solo delle bambine che giocano con lui, magari truccate e dall'atteggiamento lezioso lo è. Allo stesso modo, non sono sessiste le hottweels, ma tonnellate di pubblicità dove non si vede nemmeno una bambina lo sono. Sembra che gli unici giochi con cui i bambini siano "autorizzati" a giocare insieme siano i giochi di società, quelli all'aperto e qualche peluche non troppo infiocchettato. E a proposito di peluche, tremate genitori, è tornato Furby, uno dei più fastidiosi ed orripilanti giocattoli della storia risbuca dagli anni '90 dove speravamo tutti di averlo lasciato per sempre, io almeno sì. Ho sempre odiato Furby, è un peluche che dovrebbe ispirarti tenerezza, ma che è, senza mezzi termini, brutto. Un incrocio venuto male tra un robot e una gallina con una voce starnazzante e un linguaggio incomprensibile. Ed io dovrei coccolare quel coso? Ma anche no! Posso fieramente affermare che nella mia lista di doni a Babbo Natale il tecnologico pennuto non ci è mai entrato, in compenso ci è entrato ben di peggio. Visto che sono sull'argomento Furby, non capisco perché per reclamizzare il giocattolo siano stati scelti come testimonial Filippa Lagerback, Alessia Marcuzzi, Federica Pellegrini e (forse loro sono un po' più plausibili) gli One Direction. Il Furby non dovrebbe avere come target bambini dai sei ai dieci anni? Mi state forse suggerendo che un bambino di otto anni sa chi è la Marcuzzi e si rallegra nel vederla giocare con un Furby? Altra perplessità, tra le novità di Furby c'è che può venire collegato a i-phone e i-pad e interagire con una serie di app da scaricare. Devo dedurre che si suppone che il target del prodotto abbia un i-phone o un i-pad di proprietà o che se lo faccia prestare dai genitori e quindi che i suoi genitori abbiano un i-phone e un i-pad o ancora che l'acquisto del furby possa ventilare il successivo acquisto di un i-pad? Vedeto quanti ragionamenti partendo da un pennuto robot? Torniamo all'argomento principale del post, ho deciso di redigere anche io una lista di regali per questo Natale, in questo caso però non saranno regali sconsigliati, ma regali consigliati, ché si sa a me piace vedere il bicchiere mezzo pieno.
E scovare le cose belle.

Puzzle e giochi di società 
Dicono che assieme ai giochi da fare all'aria aperta, i puzzle e i giochi di società siano quelli dove le differenze e gli stereotipi di genere vengano meno e dove i bambini e le bambine possano giocare insieme in libertà senza sentirsi dei "maschiacchi" o delle "femminucce". Se infatti un bambino e una bambina si arrampicano sugli alberi, vanno in altalena e sfrecciano in bicicletta allo stesso modo senza stare a pensare se uno scivolo sia da maschi o da femmine, sempre allo stesso modo risolvono un puzzle o cercano di arrivare per primi all'ultima casella del gioco dell'oca, non badando se i loro compagni o avversari siano femmine o maschi. Io poi guardo sempre con un sorriso ai giochi da fare in tanti e magari anche con i propri genitori, visto che le vacanze natalizie sono un'occasione anche per passare del tempo insieme. Abbiate però pietà e non regalate puzzle a bambini che li lancerebbero volentieri fuori dalla finestra come la sottoscritta. Per quanto riguarda invece i giochi di società condivido con voi i miei preferiti
- Monopoli, l'infinito gioco che trasforma anche il più innocente dei poppanti in uno spietato Rockfeller
- Risiko, se Monopoli trasforma i bambini in Rockfeller questo vi tira su dei piccoli Napoleone. Inoltre è decisamente consigliato per bambini dai 9/10 anni in su, più piccoli rischierebbero di annoiarsi a morte
- Twister, non so se conti proprio come un gioco di società, ma è sempre stato uno dei miei sogni mai realizzati. L'ho sempre voluto e non l'ho avuto mai (mia madre comprò per sbaglio a me e mia sorella Twister moves che era un gioco di danza)
- il Salva le scimmie, che consiste nello sfilare da una palma di plastica una serie di bastoncini colorati senza fare cadere a terra le scimmiette che vi sono appese sopra (ovviamente vince chi alla fine ha fatto cadere meno scimmie).
Salva le scimmie


E il mio preferito
- Cranium. Il Re dei giochi di società a mio avviso, una delle invenzioni più brillanti degli ultimi decenni. Il gioco è strutturato come un gioco nell'oca, ossia, si parte da un punto per arrivare a un altro e vince il segnalino che arriva per primo. Come si può vedere dall'immagine ogni casella è di colore diverso (verde, viola, blu, rosso e giallo) a seconda del colore il giocatore, per andare avanti, deve superare una sfida, cantare o mimare, rispondere a una domanda di cultura generale, risolvere un rebus, disegnare o modellare con la creta. E' un gioco adatto sia agli adulti che ai bambini (specialmente se giocano con i genitori e consiglierei almeno di otto anni) perché mentre ai "grandi" possono essere riservate le domande di cultura generale e i mimi di personaggi sconosciuti a un ottenne (come Vanna Marchi o Vittorio Gassman) i bambini possono disegnare, modellare con la creta e imitare personaggi più alla loro portata come Batman e Cappuccetto Rosso.
Io ci passo le serate con gli amici. Sono seria.


 I libri

Amo leggere e ho sviluppato questa passione fin da bambina, va da sé quindi che tra i miei regali di Natale e di compleanno ci sia sempre stato qualche libro, alcuni anche parecchio discutibili, perché quando si ha una nonna che prende per una fiaba un libro di satira politica e ti regala "Biancaneve e i 100 nani" i risultati non possono essere che comici. Per i bambini di età prescolare che non sanno ancora leggere o sono capaci giusto di compitare qualche frase propongo, senza distinzione, più o meno tutti i libri della casa editrice LO STAMPATELLO che proprio in occasione della festività in arrivo ha allargato il suo catalogo con simpatici nuovi arrivi. Qui un elenco dei miei libri preferiti
-Piccolo Uovo (Premio Andersen). Un po' perché amo i disegni della Pimpa, un po' perché la semplicità e la naturalezza con quale viene affrontato il tema dell'omogenitorialità e non solo è quasi sorprendente io questo libro lo adoro e l'ho adorato. Credo che il suo punto forte sia che tutti i bambini possono indentificarsi in una delle famiglie del libro, la famiglia con papà e mamma coniglio, quella delle due gatte, dei pinguini, del cane bianco e della cagnolina nera, della cangura che ha adottato un koala. Viene introdotto non solo il tema dell'omosessualità, ma anche quello delle famiglie interraziali, dell'adozione, dei genitori single che spesso vengono lasciati ingiustamente nell'ombra. Tutte le famiglie sono messe sullo stesso piano, non ce n'è una migliore o peggiore, tutte sembrano un bel posto in cui nascere.


Per chi invece è già avviato alla lettura e vuole qualcosa di più sostanzioso, consiglio alcune delle mie letture per ragazzi preferite: Ulysses Moore (il primo titolo si chiama "La porta del tempo"), Una serie di sfortunati eventi (primo titolo "Un infausto inizio"), Coraline, La bambina della sesta luna (che, in realtà, a me non piaceva, perché Nina, la protagonista mi è sempre stata incredibilmente antipatica, però devo ammettere che la trama è avvincente, anche se la caratterizzazione dei personaggi, specialmente quelli malvagi, è un po' carente, e rimane troppo fissa nello sterotipo del brutto e cattivo senza un perché, e gli amici/aiutanti di Nina li ho trovati piuttosto piattini, le illustrazioni sono molto belle e gli scenari meritano, ai bambini amanti del fantasy potrebbe interessare), viaggio del regno della Fantasia di Geronimo Stilton (ero una grande fan dei libri di Geronimo Stilton, sono stati tra i primi libri che ho iniziato a leggere da sola), qualsiasi libro di Bianca Pitzorno (tra i miei prediletti, Tornatràs, Extraterrestre alla Pari, Ascolta il mio Cuore, l'Incredibile Storia di Lavinia e il protagonista assoluto della mia infanzia, La Voce Segreta). Sono quasi tutti indicati a partire dai nove anni in su, con l'eccezione dei libri di Bianca Pitzorno, alcuni dei quali hanno anche un target più giovane o più vecchio e, per quanto riguarda Il Viaggio nel regno della Fantasia lo consiglio esclusivamente agli amanti della lettura, perché è un bel tomo di quasi 400 pagine. Vi faccio presente che molti dei libri che ho pubblicato qui sono delle saghe. Per l'amor del cielo, se volete regalare a vostro/a figlio/a, nipote, figlioccio/a, fratellino/sorellina un libro abbiate l'accortezza di controllare che il volume che state comprando non sia un sequel. Scriverò un post a riguardo prima o poi, ma mi preme fare presente che i bambini non sono degli stupidi. Se a un bambino piace leggere non vuol dire che legga anche la lista della spesa, conosce la differenza tra la lettura di un avvincente fantasy e un catalogo utensili da giardinaggio e legge non perché lo diverta pronunciare una serie di parole senza senso logico, ma perché è rapito da una storia accattivante, personaggi interessanti e vaticina preoccupato la sorte del suo eroe o della sua eroina. Se gli regalate un sequel, gli state regalando una storia già cominciata, un libro aperto a metà, con tutti i personaggi già per la loro strada e lascerete il giovane lettore a lambiccarsi su come siano finiti a fare quello che stanno facendo. Immaginate di cominciare a leggere Harry Potter dal quarto libro, o Eragon dal terzo. Persino leggere Cinquanta sfumature di grigio dal secondo tomo potrebbe creare qualche disagio. Ci capireste qualcosa? Vi appassionerebbe la lettura? Ecco, abbiate rispetto per tutti i lettori, anche quelli sotto il metro e venti. Altro consiglio, non relagate quintalate di libri a bambini a cui non interessano. So bene che per appassionare un bambino alla lettura è consigliabile leggergli molto, leggergli sempre, leggergli la favola della buonanotte e appoggio questo metodo, anche perché è il metodo con cui sono stata cresciuta. Proprio per questo posso dire che non è un metodo infallibile, nel senso che non è detto che perché un bambino sia stato cresciuto a pane e fiabe sviluppi un amore incondizionato per la lettura. Io l'ho sviluppato, ad esempio. Mia sorella no. Mia sorella non ha mai amato leggere da piccola, adesso non le dispiace, ma da bambina ha sempre preferito fare altro e leggeva solamente i libri assegnati dalla scuola, con pochissima voglia ed in moltissimo tempo. Non so se questa antipatia per i libri derivasse dal fatto che voleva trovare una passione diversa da quella della sorella (io ero "la bambina che aveva imparato a leggere senza sillabare" è plausibile che lei che nelle prime letture aveva sperimentato le difficoltà comuni a molti coetanei si sentisse un po' a disagio) o se semplicemente la lettura non l'appassionasse, fatto sta che leggeva poco o niente. Vi dirò io sono un po' scettica quando sento del bambino che deve leggere a tutti i costi e facciamolo leggere e cosa succede se non legge e non gli piace leggere ecc. Ogni bambino è diverso, uno a cui non piace leggere non è meno intelligente di chi lo ama. Innanzitutto potrebbe appassionarsi dopo e anche se questo non succedesse mai pazienza, potrebbe amare lo sport, la pittura, il teatro, gli animali, l'aria aperta e il nostro continuo mettergli davanti libri e solo libri lo farà sentire solo più a disagio. Questo almeno è quello che ho imparato guardando mia sorella. Fine del predicozzo.

Biciclette e tricicli


                                                                       
A Natale, si sa, di solito si fanno i regali "grossi" e per molti è un buon momento per introdurre un bambino o una bambina al suo primo triciclo o bicicletta. Come ho già detto, è nei giochi all'aperto che i bambini risentono meno degli stereotipi di genere, quindi sì anche a monopattini, pattini, palloni, corde per saltare e, nel caso si preferisca un gioco da tenere dentro casa, visto che Dicembre non proprio il mese migliore per scendere in cortile o andare al parco a dondolarsi sulle altalene, si può puntare sulle casette o le tende da indiani (anche qui, parlo per esperienza personale visto che sono stata così fortunata da avere sia una bella casetta con tanto di finestre coi gerani e filo per stendere e un igloo da eschimese). 



Cucine, supermercati, tavoli da falegname, fattorie...

Non è un mistero che ai bambini piaccia imitare i genitori, a tutti i bambini, maschi e femmine, e se li vedono fare la spesa, cucinare, fare giardinaggio o riparare un elettrodomestico rotto probabilmente saranno affascinati dall'attività e avrebbero piacere a riprodurla con degli attrezzi su misura, come delle piccole cucine giocattolo o il supermercato dove andare a fare la spesa. E' difficile purtroppo, specialmente per le cucine, trovare qualcosa che non sia di un bel rosa shocking, giusto per alimentare lo stereotipo che in cucina ci devono stare solo le donne, ma ci sono delle marche che fanno eccezione e propongono dei colori "neutri" come la Fisher-Price (a proposito, neanche il sito della Fisher-Price divide i giocattoli in base al sesso dell'acquirente) o negozi come La Città del sole e Immaginarium che avevo già citato prima.

Toh, un bambino che gioca con una cucina! (e che bel colore la sua maglietta!)



Sempre più estremi, un bambino che gioca con una cucina ROSA! Mi domando come faccia ad essere ancora in vita! ;)

Sempre della Fisher-Price ho scoperto poco fa la marca Little People che propone una serie di giocattoli divertenti e interattivi (per alcuni ci vogliono le pile, ma con la maggioranza si gioca senza) come parchi giochi, fattorie, casette, piste per le macchinine. Piste dove a giocare con le macchine è, ad esempio, una bambina, senza che la pista sia per questo rosa.
Una bambina che gioca con una pista per le macchinine non rosa! Ammetto che trovarla non è stato facile...

Sempre la Little People inoltre ha creato una serie di piccoli protagonisti delle sue avventure, due bambini e tre bambini, di etnie diverse e di caratteri diversi. C'è il bambino attivo, quella timida, quella espansiva, quello sciocchino, quella creativa. Perché, recita lo slogan non esistono due bambini uguali. Ognuno ha una personalità che prescinde dal suo essere maschio o femmina.
Se vi incuriosiscono come hanno incuriosito me, cliccate qui















E infine... vince il premio miglior giocattolo non sessista per il Natale un gioco che oltre a non alimentare stereotipi di genere merita la palma d'oro per la creatività ed il divertimento, almeno secondo il mio modestissimo e discutibilissimo parere.


Come ho già accennato, io ci giocherei adesso

















Io amo il teatro ed amo recitare, credo non ci sia gioco più fantasioso, divertente e stimolante di questo. Un gioco dove non ci sono regole e la storia da mettere in scena è quella che più piace: il Principe salva la Principessa dal Drago, la Principessa salva il Principe dal Drago, il Drago salva il Principe dalla Principessa, la Principessa salva il Drago dal Principe... Guardate quante combinazioni! Questo specifico teatrino è per marionette a dita, ma ce ne sono anche di più grandi per burattini a mano.
Io e mia sorella ne avevamo uno di cartoncino della Pimpa.
Lo abbiamo consumato



Vi auguro un Felice Natale :)






venerdì 18 ottobre 2013

Essere o non essere (una Pinkstinker)?

Parliamo di Pinkstinks.
Pinkstinks (letteralmente, il rosa puzza, liberamente, il rosa fa schifo) è un movimento che nasce a Londra nel 2008 ed ha fatto il giro della nazione arrivando a far parlare di sé anche nel continente. Combatte contro le discriminazioni di genere e contro l'imposizione alle bambine del modello "principessa/fatina in rosa" da parte di vestiti, cartoni animati, libri e soprattutto giocattoli. C'è chi lo guarda come un passo avanti nella lotta contro gli stereotipi, chi ne ride sprezzantemente, chi replica con la sempiterna frase "ci sono cose più importanti a cui pensare" (ultimamente di gran moda quando si mettono in tavola le carte dei diritti delle donne ed degli omosessuali) e chi è scettico. Io appartengo all'ultima categoria. Non fraintendetemi, io appoggio le campagne contro le discriminazioni di genere. Questo blog, lo avrete notato, propone immagini e figure femminili che esulano dal modello "PrincipessinaRosa" (qui, qui, qui e qui) e l'intento della campagna Pinkstinks, da quello che ho capito, è sostanzialmente lo stesso, cioè offrire alle bambine dei modelli femminili forti e indipendenti, dei giocattoli che stimolano la logica, la creatività, le attività all'aperto ed opporsi alla precoce adultizzazione dell'infanzia. Bene, stupendo, sono d'accordo al 100%. Il contenuto del movimento mi piace. Sono i mezzi che non mi convincono. Questo odio conclamato ed orgoglioso per il rosa e per tutto ciò che è "principesco" io proprio non riesco ad appoggiarlo. Perché io ero una di loro. Non una Pinkstinker. Io ero una bambina a cui piaceva il rosa. Mi piaceva il rosa e mi piaceva vestirmi da fata o da principessa. Non sono mai stata un'invasata, non mi coprivo di rosa dalla testa ai piedi, la mia cameretta era verde acqua (e prima ancora semplicemente bianca) anche se, confesso, avessi avuto libera scelta probabilmente avrei insistito per il rosa, ma all'epoca condividevo la stanza con mia sorella, avevo vestiti di tutti i colori, tra i miei preferiti ce n'era uno sui toni dell'arancio e un altro tutto colorato. Avevo Barbie, peluches, palloni, il lego, il pongo, un tappetino di gommapiuma colorata con i numeri e le lettere. Ero circondata da tanti stimoli e da diversi colori e tra questi il mio preferito era il rosa. Anzi, a dire la verità era il fucsia, che è rimasto tra i miei prediletti per molto ed ancora oggi non mi dispiace (chiedetelo alla copertina del mio e-reader che, per inciso, è azzurro). Ricordo ancora, e mai la scorderò, la mia faccia da funerale quando, in prima elementare, alla recita di fine anno (Alice nel Paese delle Meraviglie) dovetti interpretare la tazzina del Tea Party del Cappellaio Matto. Il ruolo della tazzina consisteva in un balletto con le mie compagne avvolte il dei deliziosi tutù di cartapesta di diversi colori. A me ne capitò uno color rosa salmone e una delle mie amichette ebbe in sorte quello fucsia. Vi lascio immaginare la tragedia...
Fine dell'aneddoto.
Quello che sto cercando di  dire è che a me il rosa piaceva e se fosse arrivata una pinkstinker qualsiasi a portarmi via le mie magliette di quel colore o i fermagli per capelli o le scarpe o il costume da principessa o anche i miei giochi più "femminili" sebbene non necessariamente di quel colore (le Barbie, i bambolotti, la mia amatissima cucina giocattolo ecc..) la mia infanzia non sarebbe stata più libera, ma probabilmente solo più triste. Più in generale, trovo piuttosto contradditorio e, lo dirò francamente, sbagliato che un movimento pensato per la libertà delle bambine dagli stereotipi di genere si basi sulla proibizione di alcuni giocattoli solo alle bambine, alle bambine in quanto femmine. Sì, perché il Pinkstinks non condanna il rosa in sé, né i bambolotti o le cucine, le condanna quando vengono usati dalle bambine, mentre invece plaude a quei bambini (maschi) che chiedono in regalo una cucina giocattolo o vogliono vestirsi di rosa. Ma io mi chiedo: il principio che porta a proibire alle bambine in quanto femmine i palloni da calcio, i giochi scientifici, i dinosauri e tutti quei giochi tipicamente considerati da maschio, non è lo stesso che adopera il movimento PinkStinks quando vuole proibire alle bambine di giocare con le bambole, le principesse e tutto ciò che viene considerato da femmine? E non è questo principio, il proibire giocattoli e colori ai bambini in base al loro sesso, che dovrebbe essere combattutto, invece del rosa?
A me sembra che nelle loro campagne a favore dell'infanzia a volte le femministe facciano un errore, anzi, due grandi errori. Il primo errore è il denigrare i giocattoli "da femmina". Ho letto molte volte commenti orgogliosi da parte di donne che si vantavano di aver sempre odiato il rosa, di non aver mai giocato con le bambole ed aver sempre preferito al castello delle principesse, la fortezza dei briganti.
Schemi... Inutili schemi. Le mie figlie giocavano di più con giochi "da maschio".. Ed anche io perché sono più divertenti. E allora?!
Commenti del genere mi lasciano interdetta. Perché anche le femministe, persino loro, che dovrebbero essere per l'uguaglianza, considerano i giocattoli "maschili" (sto scrivendo questi termini tra le virgolette perché io non credo che dovrebbe esserci distizione fra giochi da femmina e giochi da maschi) migliori di quelli "femminili" e si vantano di aver sempre voluto fare giochi da maschio? Forse una bambina che ha sempre amato le bambole e magari non si è mai interessata alle macchinine si deve vergognare? Vale meno di una coetanea che preferisce l'azzurro al rosa? No. Io rispondo fermamente di no. Non facciamo l'errore di considerare le attività "maschili" migliori per partito preso di quelle "femminili" e di indentificare l'emancipazione con la conquista delle donne del "mondo degli uomini", del mondo che per troppo tempo è stato solo degli uomini. Emancipazione è anche questo, ma non è solo questo, la parte più difficile, secondo me, è quella che viene dopo, ossia ridare dignità ai lavori considerati tipicamente "femminili" e combattere perché tutti, uomini e donne, siano liberi di dedicarvisi senza per questo essere considerati inferiori. Ecco la vera emancipazione.
Come scrive Bianca Pitzorno "Saremo veramente liberi, noi terrestri, non tanto quando le donne diventeranno minatori o guidatori di locomotive, ma quando gli uomini si stireranno le camicie, ricameranno, cucineranno e accudiranno con piacere ai propri bambini." In un altro episodio del libro della Pitzorno da cui ho preso la citazione (Extraterrestre alla pari) viene raccontato l'aneddoto di una maestra che, durante l'ora di educazione tecnica, divide la sua classe in bambini e bambine. I bambini devono costruire un castello di cartapesta e le bambine ricamare un quadrato di lana. Una mamma protesta con l'insegnante per questa separazione dei ruoli, poiché sua figlia desidera costruire il castello di cartapesta e la maestra fa questa "concessione" all'allieva. La madre, però, non è soddisfatta e pretende che anche ai maschi venga permesso di ricamare, invece di costruire un castello, se lo desiderano. Perché, come viene spiegato in seguito al protagonista del libro, Mo, la cui storia è ambientata qualche decennio dopo questo aneddoto, lavorare a maglia è creativo e divertente quanto costruire un castello di cartapesta e a nessuno dovrebbe essere impedito. Lo stesso vale per il rosa e per i giocattoli femminili, sono interessanti e divertenti quanto quelli considerati da maschi e a nessuno dovrebbero essere preclusi, tanto meno a causa del loro sesso.
Un secondo errore che spesso noto nelle associazioni femministe che si dedicano al mondo dell'Infanzia è che quasi sempre si occupano solo di bambine, e quasi mai di bambini. L'infanzia dei maschi, però, non è così "libera" come sembra, anzi, per molti versi, a me pare che spesso siano i maschi a risentire di più, durante l'infanzia, degli stereotipi di genere. Perché se è vero che oggi è sempre più naturale l'idea di una bambina attratta da giochi maschili, che li usa e li preferisce a quelli da femmine, l'idea di un maschio che ai Gormiti preferisce il Cicciobello è ancora lontana anni luce. Il bambino che vuole usare giocattoli da femmine spesso è denigrato dagli altri maschi e persino dalle stesse femmine, la sua scelta è osteggiata dai genitori e dagli insegnanti. I maschi non possono vestirsi di rosa, non possono piangere, non possono giocare con i trucchi o indossare travestimenti femminili. Dov'è la libertà, mi chiedo? Perché campagne come PinkStinks non pensano anche a loro e non si battono perché possano essere liberi di fare i giochi che vogliono, di diventare le persone che vogliono? Perché non propongono modelli maschili positivi, sensibili, che qualche volta piangono, che chiedono aiuto, che sono dolci ed amorevoli?
Dobbiamo proprio combattere il rosa per essere femministe? Mi si dirà, il PinkStinks non combatte il rosa in sé, combatte ciò che quel colore rappresenta: la remissività femminile, la dolcezza, l'accoglienza, la maternità forzata, l'angelo del focolare, la mogliettina, la casalinga che si diverte a spazzare la sua dimora e che vive per gli altri, l'annulamento di sé. Va bene, ho capito, questi fardelli pesano ancora sulle spalle delle donne, ed è giusto che vengano combattutti ed è anche vero che in una certa misura il rosa ne sia un simbolo. Però, attenzione, non è combattendo il rosa in sé che ciò che rappresenta sarà eliminato. Esisterà ancora e magari sarà simboleggiato da un altro colore. Per combattere un messaggio sbagliato non dobbiamo annientare il mezzo con cui viene promulgato, perché i mezzi non sono in sé ne positivi, né negativi è quello che comunicano che lo è. Lo stesso discorso si può fare per la televisione, la tv in sé non è "buona" e nemmeno "cattiva", ma è quello che trasmette a veicolare messaggi giusti o sbagliati. Per combattere questi messaggi cosa preferiamo fare: distruggere la televisione ( o spegnerrla, come ci suggeriscono in molti) oppure creare un canale che i cui programmi diano messaggi positivi? Io sono per la seconda opzione, che è più impegnativa, certamente, ma i risultati che può dare sono sicuramente maggiori di quelli che otterremmo esortando il prossimo a buttare il televisore fuori dalla finestra. Lo stesso discorso vale per il rosa, è un colore, un mezzo, con cui per anni, molti, troppi anni sono stati confezionati, e ancora oggi lo sono, tutti quei messaggi diretti alle donne: sposati e sii una moglie sottomessa, fai figli, resta a casa ad accudirli, sii dolce e remissiva, donna al volante pericolo costante, le donne non sono portate per le materie scientifiche, le donne non capiscono niente di politica, torna in cucina, donna! Invece di fare guerra ad un colore perché non ce ne riappropriamo e non lo usiamo per trasmettere messaggi positivi? Messaggi che arrivino anche a quelle bambine come me, come molte, che amano il rosa e non vogliono rinunciarvi? Rendiamo il rosa un colore forte, anzi, rendiamo il rosa un colore e basta, che può piacere o non piacere a maschi e femmine ed è solo un colore in mezzo a tanti altri colori ed i bambini sono liberi di scegliere quello che preferiscono. 
Riassume esattamente quello che penso dell'argomento

 Per l'appunto, quello che penso è che più che combattere la presenza del rosa nella vita delle bambine bisognerebbe introdurre altri colori. Diamo alle bambine la libertà di scegliere, mostriamo che ci sono moltissimi colori oltre al rosa, forse scegliere il verde, forse il giallo oppure continuerà a preferire il rosa, non è un problema, non significa che non sarà una femminista. Pensateci, ha scelto con la propria testa, forse potrebbe già esserlo. ;)















Di seguito due articoli interessanti sul PinkStinks:
http://machedavvero.it/2010/01/pink-stinks-so-i-do-stink/(in italiano)
http://www.dailymail.co.uk/femail/article-1234007/AMANDA-CRAIG-Like-mums-Im-sick-pink-plague-Labour-REALLY-trying-ban-daughters-favourite-colour.html (in inglese)

venerdì 20 settembre 2013

Personaggi femminili positivi #1 - Eroine dall'asilo

Come ho scritto nel post precedente, oggi voglio presentarvi le protagoniste di tre popolari cartoni animati per bambini di età prescolare che non rientrano nel ruolo di "accessorio estetico-presenza isterica-premio-consolazione-cura-oggetto amoroso/”sessuale”", ma che sembrano anzi delle piccole femministe in erba, ben a conoscenza del proprio valore, della propria intelligenza e dalle grandi ambizioni.
E' questo il caso di Dottie McStuffins, conosciuta in Italia come Dottoressa Peluche.

Dottie è una simpatica bambina di sei anni con un sogno: diventare anche lei una dottoressa in gamba, proprio come la sua mamma. A casa McStuffins, infatti, composta, oltre che dalla bambina, dai due genitori e dal fratellino più piccolo, è la madre a "portare il pane a casa". Il papà di Dottie, Mr McStuffins è uno stay-at-home father, ossia un casalingo. Infatti, lo vediamo spesso in cucina a preparare la cena per i figli e la moglie, mentre quest'ultima è al lavoro in ospedale. Il tutto in un'atmosfera assolutamente accogliente e quotidiana.

Torniamo a Dottie. Nonostante voglia bene ad entrambi i genitori in egual misura, è la madre quella che ha la sua totale ammirazione, proprio in quanto dottoressa. Così, nella speranza di poter seguire, un giorno, le sue orme, Dottie passa la maggiorparte del suo tempo a esercitare la professione di dottore con i suoi numerosi peluche. La bambina, inoltre, possiede uno stetoscopio magico. Quando lo indossa, i suoi animaletti di pezza prendono vita e interagiscono con lei. Ogni puntata è incentrata sul malanno di questo o quel giocattolo da curare, alla fine dell'episodio la nostra Dottie da ai bambini a casa preziosi consigli su come restare in salute. Non ci sono principesse fra gli interessi di Dottie, nell'unico episodio in cui la vediamo mascherata, preferisce a trini e merletti un costume da cowboy. In ogni puntata ci troviamo di fronte ad un problema da risolvere o una malattia da curare, il tutto corredato da insegnamenti come la fiducia in sé stessi e la sconfitta delle proprie paure. E' proprio Dottie che, quasi, sempre trova le soluzioni ai problemi e "salva la giornata". 

La seconda protagonista di cui voglio parlare oggi è Dora, dal cartone "Dora l'esploratrice". Come da titolo, la protagonista, una bambina ispanica di sette anni, è appassionata di esplorazioni e in ogni puntata se ne va in giro in compagnia di una simpatica scimmietta alla scoperta di un mondo a misura di bambino. Nella versione originale la bambina pronuncia qualche parola o frase in spagnolo, nella versione italiana le stesse parole sono in inglese. Il cartone animato infrange spesso la quarta parete e Dora comunica con i giovani telespettatori avvalendosi del loro aiuto per risolvere i le problematiche che ogni esplorazione riserva. Abbiamo quindi una protagonista che non è per nulla un oggetto passivo, bensì una bambina dinamica, entusiasta ed intraprendente. Sono poche le scene in cui Dora è mostrata all'interno di una casa o comunque di un'abitazione, il più delle volte le sue avventure si svolgono all'aria aperta, tra il verde degli alberi e tra i prati. Anche i vestiti e l'aspetto fisico di Dora danno l'idea di una bimba attiva e sempre in movimento, no di certo di una piccola casalinga. Capelli a caschetto, guanciotte piene e pancetta da bambina, una semplice t-shirt rosa, un paio di pantaloncini e scarpe da ginnastica. Soprattutto, un pratico zainetto da viaggio. Dora non è certo una bambina sedentaria che ha bisogno di essere spronata per muoversi.

La terza ed ultima bambina è Darby, del cartone animato, i miei amici Tigro e Pooh.
da sinistra a destra, Pooh, Darby e Tigro
In questa serie, i due amici del bosco de Cento Acri sono anche i membri di un trio di detective (quartetto, se si conta anche il cane Buster) che ha a capo una sveglia ed intuitiva bambina dai capelli rossi. Come Dora l'esploratrice anche Darby infrange spesso la quarta parete, chiedendo aiuto agli amici a casa per risolvere gli enigmi della puntata.
La bambina è indubbiamente il capo di questa bizzarra squadra di investigatori. Allegra, ma con i piedi per terra, risolve spesso i dubbi di Pooh, incoraggiandolo continuamente a non perdersi d'animo e costituisce un contrappeso razionale agli eccessivi voli di fantasia di Tigro, trovando spesso lei stessa la situazione più plausibile e razionale e tutti i misteri della serie o almeno ricapitalondo gli indizi per aiutare i bambini a casa ad arrivare da soli alla soluzione. Darby è un altro esempio di bambina attiva, lei e i suoi colleghi detective sono quasi sempre all'aperto, in mezzo al bosco e in alcune puntate si può vedere la bambina sfrecciare su un monopattino.

Né Dottie, né Darby, né tantomeno Dora sono dei semplici accessori, tutte e tre, come abbiamo visto, sono le protagoniste del cartone in cui sono presenti. Rivestono indubbiamente il ruolo principale, sono attive, intelligenti e per nulla leziose. Non devono essere salvate, né curate (anzi, nel caso di Dottie è lei che cura). Quando si trovano davanti ad un problema, raramente si perdono d'animo e quando i loro compagni di avventura si scoraggiano e si arrendono, sono loro il più delle volte a prendere in mano la situazione e a trovare una soluzione. Sono decisamente dei modelli positivi ed allegri sia per le bambine che per i bambini.


InfanziaGialla

Buonasera, io sono Yellow e questo è il primo post del mio blog, Infanzia Gialla.
Perché proprio Infanzia Gialla? Beh, innanzitutto perché parlerò di bambine e di bambini. Chiariamo subito, questo non è un blog che consiglia come e per quanto tempo allattare, a che asilo mandare il pargolo o come vestirlo per un pomeriggio dagli amichetti. Questo non è un mummy blog. Io non sono una mamma. Sono semplicemente una ragazza a cui piacciono i bambini, a cui piace parlare con loro e di loro.
Sono una studentessa, quindi principalmente studio, quando non studio e trovo qualche cliente, faccio la babysitter. Dunque, studentessa, babysitter occasionale, blogger, cosa manca? Ah, dimenticavo. Sono una femminista. Seguo parecchi blog femministi e sono un'attiva commentarice. Forse pensate che la femminista per antonomasia detesti i mocciosi, ma fatemi dire che vi sbagliate di grosso. La maggioparte delle femministe ama i bambini, non per niente molte delle loro campagne riguardano il mondo dell'infanzia, da proteggere e salvaguardare in modo che sia il più lungo e sereno possibile. Se posso inagurare il mio blog facendo un po' di pubblicità vorrei subito citare come esempio la campagna #liberainfanzia del blog un altro genere di comunicazione che mette in luce i messaggi sessisti e misogini veicolati da molti dei cartoni animati più amati dai piccoli, nelle pubblicità dei loro giocattoli, negli stessi giocattoli, nei vestiti, nei libri di testo delle elementari, nei romanzi e molto altro. Non mi dilungo ulteriormente sulla campagna, ma vi consiglio di darci un'occhiata prima ancora di continuare a leggere il mio post, perché ne vale davvero la pena. Un altro blog che seguo e che parla spesso in maniera critica dei cartoni per l'infanzia e dei messaggi che lanciano ai ragazzini è il blog Il ricciocorno schiattoso. Proprio in uno dei suoi ultimi post, l'admin metteva in luce lo svilimento del femminismo perpetrato da parte di un cartone per bambini, poiché una degli antagonisti dei due eroi, sedicente femminista, viene dipinta come una pazzoide misandra. Uno dei commenti al post, che ho trovato molto arguto e vi consiglio di leggere, diceva più o meno così:
"la maggior parte dei cartoni hanno protagonisti maschi, le femmine sono relegate al ruolo di accessorio estetico-presenza isterica-premio-consolazione-cura-oggetto amoroso/”sessuale”".
Vorrei che vi prendeste qualche minuto per riflettere su questa frase e poi rispondeste alla seguente domanda: siete d'accordo?
Io no. Non sono d'accordo con questo commento. E' vero, c'è un buon numero di cartoni animati che rappresenta le femmine solamente come antagoniste (più che malvagie, isteriche e pazzoidi), come passivi oggetti del desiderio del protagonista, o come "crocerossine" del gruppo, dolci, silenziose, remissive, dedita alla cure di un qualsiasi maschio, ma ce ne sono moltissimi altri che invece hanno come protagoniste, o tra i protagonisti, ragazze e bambine forti, intraprendenti che esulano totalmente dai ruoli sopracitati. Il mio blog nasce per parlare di loro. Non solo, il mio blog nasce per mostrare tutti quei cartoni animati, film per bambini, giocattoli, libri e pubblicità che non veicolano messaggi sessisti e dannosi, bensì positivi ed utili. Vorrei completare le campagne come #liberainfanzia o il lavoro di ricciocorno con una mia pars construens. Loro ci dicono da cosa dobbiamo diffidare, io di chi ci possiamo fidare. Loro ci mettono in guardia su cosa è sessista ed io vi mostro cosa è femminista, e scopriremo così che i cartoni, i giocattoli ed i libri per la parità di genere non sono così rari come sembrano. I miei primi post saranno dedicati a quei personaggi femminili di alcuni cartoni animati per l'infanzia che non sono confinati in stereotipi sessisti e che esulano dal binomio strega/fata cui siamo abituati. Nel prossimo post, anticipo, analizzerò le tre protagoniste di tre cartoni animati positivi dedicati ai bambini di età prescolare. Avete già qualche idea? Provate ad indovinare di chi parlerò?
Spero mi seguirete numerosi in questo viaggio e mi darete le vostre opinioni.
Adesso devo spiegarvi il perché della parola Gialla. Il giallo, insieme al verde, è il colore delle tutine che solitamente i genitori comprano per il loro bebè, quando è ancora nella pancia della mamma e non ne si conosce il sesso. Questo perchè il giallo, come il verde, è considerato, nella mentalità comune, che purtroppo vede il rosa e l'azzurro come appannaggio rispettivamente del sesso feminile e del sesso maschile, un colore che va bene sia per i bambini che per le bambine. Un colore che accoglie tutti. Un colore libero dagli stereotipi. Il giallo, poi, è un colore vitale, dirompente, esplosivo, un colore che mi sembra perfetto per indicare come dovrebbe essere l'infanzia di tutti, bambine e bambini. Un'infanzia per cui noi abbiamo il dovere di lottare. Un'infanzia libera.
E gialla.