Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post

martedì 23 dicembre 2014

Pelle d'oca

Come? Non scrivo da Settembre? Come vola il tempo quando gli esami sono all'orizzonte, ma ora basta parlare di me, largo all'argomento di questo post davvero poco natalizio. Siccome è da un bel po' di tempo che non parlo esplicitamente di modelli o prodotti destinati all'infanzia che trovo positivi (se non per altro, per un'infanzia libera da stereotipi di genere) ho deciso di farlo adesso, parlando di una collana di libri per bambini che se siete cresciuti, come me, tra gli anni '90 e i primi anni 2000 conoscerete molto bene.

Pelle d'oca,
stai attento,
stai per prenderti
uno spavento!* 

Piccoli Brividi, in inglese Goosebumps (letteralmente Pelle d'oca da cui nasce il titolo del post) è una serie di libri per bambini scritta dallo statunitense R.L.Stine di genere horror. Vi ricordate i libri che le vostre maestre delle elementari non volevano vedere circolare fra i banchi additandoli come pattumiera e minacciandone il sequestro? Sì, sono proprio questi. Eppure probabilmente molti di noi hanno sviluppato amore o almeno interesse per la lettura anche grazie anche a loro. I libri sono economici, le storie sono avvincenti, si leggono velocemente e il finale non è mai banale. Certamente non si sta parlando di capolavori della letteratura per l'infanzia e non intendo suggerire agli insegnanti di aggiungere Piccoli Brividi alla lista di libri per le vacanze accanto a "La fabbrica di cioccolato" (a proposito, ma sono l'unica a trovare Willy Wonka un personaggio odioso nonostante il libro ai tempi mi sia anche piaciuto?) e "Ascolta il mio cuore", ma io penso che spesso basti una storia accattivante per accendere in un bambino la scintilla della lettura e questi libri certamente lo sono, accattivanti. Di cosa parlano dunque le storie? E' presto detto. I racconti di Piccoli Brividi sono, appunto, storie dell'orrore per bambini, diciamo dai sette agli undici anni (anche se non mi piace classificare i libri per età e non sono palesemente capace). Sono quasi sempre narrati in prima persona, il protagonista è un ragazzino o una ragazzina spesso di un'età fra i nove e i dodici anni ed è sovente affiancato/a da un comprimario, spesso il fratello, la sorella o l'amico del cuore. Nel corso del romanzo, protagonista e comprimario fanno spiacevoli incontri con creature spaventose e sovrannaturali, quali mummie maledette, pupazzi stregati, golem de fango, spettri malinconici e fattucchiere vendicative, fissate con le buone maniere. Per liberarsi di queste spiacevole presenze e delle loro maledizioni, i ragazzini si servono del loro ingegno e del coraggio, ma quasi sempre a ribaltare le carte in tavola, nel bene o nel male, è un'intuizione particolare, l'intervento di un insospettabile personaggio secondario o un colpo di scena che regala ad ogni volume un finale a sorpresa tipico del genere horror (la protagonista scopre di essere un fantasma, piuttosto che un mostro, il pericolo che si credeva scampato si ripresenta, eccetera). Come ho già detto, non si tratta di capolavori, ma di romanzi innocui che possono soddisfare il desiderio dei più piccoli di avvicinarsi all'horror (si sa che spesso i bambini tra le elementari e le medie sono irrimediabilmente attratti da film, libri e leggende metropolitane "di paura" e allo stesso modo tremendamente spaventati), senza incappare in porcherie come questa (ultimo grido fra i decenni di mia conoscenza).
Parliamo di uno dei motivi per cui ancora oggi li ricordo con piacere e li consiglierei a dei giovani lettori: la parità di genere. I libri scritti da Stine sono più di ottanta, ovviamente non li ho letti tutti (facciamo una quindicina) e non andrò certo a controllare la trama di ognuno, ma in linea di massima posso affermare che, tra protagonisti e comprimari, si alternano maschi e femmine. I comportamenti dei ragazzi non sono dettati dal loro genere, non ci sono qualità e difetti tipicamente maschili o femminili. I bambini vivono spaventose avventure provando paura, terrore, esultanza, sollievo, sorpresa, disgusto, indipendentemente dal loro sesso. Sono richiamati ad affrontare le propria paure e a trovare una soluzione rapida per mettersi in salvo che siano giovani ragazze o giovani ragazzi. I pregi e i difetti, le speranze e le paura non sono la prerogativa di un sesso determinato, né di una generazione determinata, ma patrimonio comune di tutti e credo sia questo il motivo per cui, nonostante la semplicità, i libri hanno avuto molto successo tra entrambi i sessi. Tutti i bambini desiderano farsi degli amici e si sentono tristi se non vi riescono, tutti cercano di apparire al meglio davanti ai coetanei anche quando si sentono insicuri, si sentono spesso incompresi o sfiduciati dagli adulti che sono distanti, ingiusti e non comprendono, sono affascinanti dalle leggende di mostri e spettri e terrorizzati quando le loro più intime paure si materializzano nella realtà.
Del resto, il sovrannaturale e l'orrorifico hanno sempre affascinato e spaventato sia i maschi che le femmine ed ognuno di noi probabilmente si ricorda di un racconto dell'orrore sentito dagli amici una sera della sua infanzia che è rimasto impresso nella sua memoria o di un edificio particolarmente suggestivo che ha immaginato essere infestato dai fantasmi. E siccome da bambina mi dilettavo a inventare storie su case stregate e bambole dell'orrore, terrorizzando in egual misura i miei coetanei sia maschi e che femmine, ho voluto scrivere questa nota positiva su Piccoli Brividi. E' infatti una serie di libri che ci insegna una grande verità: davanti a un lupo mannaro assetato di sangue urliamo tutti allo stesso modo.
;)

*Lo so, lo so che è una citazione presa dalla serie televisiva, ma non ho resisito. Pignoli.

Nel caso questo post vi abbia particolarmente interessato e muoriate (letteralmente) dalla voglia di leggere uno dei libri, vi do i miei tre titoli preferiti: la scuola maledetta, il fantasma della porta accanto e il mistero del lago gelato (un altro molto carino è "ectoplasmi!" il che mi suggerisce che forse sono un po' troppo ossessionata dai fantasmi...).

lunedì 6 gennaio 2014

Philomena, cosa pensi della religione?

Io in realtà non sono così cinefila come potrebbe sembrare e questo non è nemmeno un film per bambini, ma mi ha colpito così tanto che non posso fare a meno di scrivere due righe a riguardo. Il film è tratto da una storia vera. Nell'Irlanda degli anni '50 un convento di Suore cattoliche ospita diverse ragazze madri, lì abbandonate dalle famiglie imbarazzate dalle loro gravidanze. Le Suore trattano le ragazze molto duramente, considerandole peccatrici, impure e costringendole a lavorare duramente per ripagare i loro debiti con il convento (il vitto, l'alloggio, l'asistenza medica). Alle madri viene permesso di vedere i loro figli solo per un'ora al giorno. Come se non bastasse le Suore gestiscono un commercio di minori, i bambini delle ragazze sono vendute ad agiate coppie americane e le madri naturali costrette a firmare un contratto che le priva di ogni diritto nei confronti del figlio, anche di quello di cercarlo e tentare di ottenre in qualsiasi modo informazioni su di lui. La nostra storia comincia cinquant'anni dopo, quando un'arzilla signora irlandese viene messa in contatto con un giornalista, ex-dipendente della BBC, alla ricerca di una "storia di vita vissuta" per ritrovare il figlio venduto quando era giovane, la donna si chiama Philomena. Il viaggio porterà i due compagni fino in America e diversi imprevisti che non sto qui a raccontare per non rovinarvi il film faranno scontrare le loro diverse personalità. Philomena è per molti versi l'archetipo della dolce vecchina della porta accanto, la nonna per antonomasia, l'anziana signora che inizia a raccontarti la sua vita sull'autobus. Ringrazia continuamente chiunque le faccia la più piccola gentilezza, si ferma a parlare con i dipendenti dell'albergo dove alloggia e chiede loro delle loro famiglie, dei loro paesi, infastidisce il giornalista con interminabili riassunti dei libri che sta leggendo (dei simil harmony infarciti di ragazze svenevoli, cavalli e zuccherosi lieti fine). Soprattutto, nonostante tutto quello che ha dovuto sopportare dalla Chiesa e nonostante avrebbe tutto il diritto di essere arrabbiata, Philomena non vuole vendicarsi del convento, lei cerca solo suo figlio.
Ho letto da qualche parte che il modo migliore per avere una società di atei è dare loro una rigida educazione religiosa da bambini, eppure Philomena che della Chiesa ha conosciuto forse il bene ma soprattutto il male è ancora fortemente cattolica, trova conforto nella religione e pur mettendo in dubbio molti dei suoi principi (la demonizzazione del sesso pre matrimoniale e del piacere sessuale, l'omosessualità come peccato) non arriva mai a dubitare dell'esistenza di Dio. Lei crede. Diverso è il discorso per il giornalista Martin, anche lui irlandese, anche lui figlio di un'educazione cattolica (dice di essere stato un chierichetto). Martin è un ateo convinto, arrabbiato con la Chiesa e fortemente convinto dell'inutilità/nocività delle religioni, è inorridito da quanto accaduto a Philomena e non riesce a concepire come la donna sembri quasi giustificare ciò che le è stato fatto e non sia capace neanche di ipotizzare che le Suore le stiano mentendo o raggirando per non darle informazioni sul figlio. La giudica una stupida, una pazza. In effetti è veramente difficile non rimanere interdetti davanti al candore ed all'ingenuità della donna. Vi avverto, qualcuno potrà anche essere infastidito da questa ingenuità e, come lo stesso Martin, potrà sperare che Philomena si arrabbi, si incavoli, gridi "vaffanculo" ad una Suora, ma vi avverto (e questo è uno spoiler) non succederà.
Eppure Philomena riconosce il male che le è stato fatto. Lei capisce, durante il film, di essere stata raggirata, ingannata, ferita, che la Suora che cinquant'anni prima aveva venduto suo figlio agli americani ha commesso una colpa. Una Suora, Suor Hildegard, che al tempo del film esiste ancora, vecchia, dura, col cuore freddo ed indurito come da giovane, che non sembra e probabilmente non ha nulla della carità cristiana, mentre Philomena sì, infatti, alla fine del film, decide di perdonarla.
Molti spettatori probabilmente saranno infastiditi dal fatto che la Suora responsabile di tanto dolore ed il convento la "facciano franca", ma io ho ammirato tantissimo il personaggio di Philomena, il suo candore ed anche il suo perdono. La religiosità di Philomena è la vera religione cristiana cattolica? Non lo so, non spetta a me dirlo, quello che penso è che sicuramente è una religione più umana. Una religione che è fede, che è uno strumento di conforto per sé stessi, non un'arma da usare contro gli altri. Una religione che conforta, aiuta e non va combattuta perché non vuole guerreggiare e non fa male a nessuno.
Sapete, è un personaggio, quello della cattolica devota ma non oscurantista che raramente viene rappresentato e quanto succede viene accusato di non essere "abbastanza", o "troppo", o "troppo poco" da entrambi i "fronti" di questa battaglia infinita tra atei e cristiani, tra UAAR e Vaticano, che credo Philomena Lee semplicemente non combatterebbe perché la religione non è un'arma da guerra, o almeno non dovrebbe, forse quando lo diventa non è più religione. Forse quando il cattolicesimo (come qualunque altra fede) diviene uno strumento per fare soffrire, per dividere, per ferire, per guadagnare, per colpevolizzare e svergognare come viene utilizzata da Suor Hildegard e da molte Suore del convento, che nascondono la freddezza del loro cuore in sorrisi freddi, té e dolci all'uvetta offerti a chi cerca solo risposte, forse allora diventa un'ideologia o una dittatura. Magari però se viene usato come forza per continuare a combattere (una lotta interiore per continuare a vivere e sperare, non una lotta per distruggere la libertà e la vita di qualcun altro), come speranza cui aggrapparsi come la utilizza Philomena, in quel caso quella è una religione che secondo me se non merita appoggio sicuramente merita rispetto.
E una donna come Philomena ha il mio rispetto per la forza con cui intraprende il viaggio alla ricerca del figlio (se e come lo troverà non ve lo dico, guardate il film!) e la mia riconoscenza per avermi ricordato che al mondo esiste una religiosità diversa da quella di Aleteia, LaNuovaBussolaQuotidiana, RadioVaticana e CostanzaMiriano. Mi piacerebbe venisse rappresentata di più.

giovedì 26 dicembre 2013

Frozen, recensione. Un atto di vero amore

Visto che siamo una famiglia non tradizionale, il 24 sera, al posto del Cenone della vigilia senza un parente (poiché si trovano sparsi tutti per l'Italia e oltre), abbiamo optato per una veloce pizza e una serata al cinema ed abbiamo visto il nuovo film della Disney Frozen.





Di questo film avevo già parlato qui deplorando lo stravolgimento della versione disneyana rispetto alla fiaba originale, stravolgimento che mi lascia ancora con l'amaro in bocca, perché sono dell'idea che con una trama simile la Disney avrebbe potuto fare molto. Ad ogni buon conto, tralasciando per un attimo le critiche sulla grandezza degli occhi di Anna rispetto ai suoi polsi (qui) o della mancanza di POC (People Of Colour) nel film, volevo scrivere una breve recensione sulla storia ed evidenziarne un aspetto positivo. Innanzitutto ho trovato il film bellino, ma non eccezionale. Vale di certo il prezzo del biglietto, ma si può anche aspettare che esca in dvd o venga mandato in onda in televisione. Siamo ben lontani dai livelli di Rapunzel e Ralph Spaccatutto. Un grande fallimento della pellicola sono le canzoni, oltre ad essere decisamente troppe anche per un film Disney sono brevi e banali, la musica è piatta e monotona ed i testi decisamente insulsi con poche eccezioni (come la canzone iniziale e la ballata dei troll). Non voglio necessariamentefare fare paragoni con il Rinascimento Disney che ci ha regalato canzoni di una profondità sorprendente per un film per bambini (vedi la famosissima Hellfire), ma anche confrontando le canzoni di Frozen con quelle di Rapunzel o la Principessa e il Ranocchio il nuovo film ne esce con le ossa rotte.
Parliamo invece della trama e di quello che ho apprezzato. Ambientato in un regno dell'antica Scandinavia il film ha come protagoniste Elsa ed Anna, due sorelle e principesse di Arandelle. Elsa, la maggiore, possiede dalla nascita la facoltà di controllare il ghiaccio e la neve e la utilizza per giocare insieme alla sorellina. Un giorno però, la bambina ferisce involontariamente Anna alla testa con un frammento di ghiaccio. Quest'ultima perde i sensi, i genitori accorrono spaventati e la portano immediatamente dai potenti troll della montagna che la guariscono. A questo punto, resisi conto dell'immensità dei poteri della figlia e della mancanza di controllo su di essi, i genitori di Elsa decidono di confinarla in una stanza finché e di tenere le sue facoltà magiche nascoste ad Anna, a cui i ricordi dell'infanzia sono stati rimossi dai troll, fuorché la sensazione di aver vissuto con la sorella dei momenti felici. I genitori di Elsa non sono crudeli, è bene notarlo. Agiscono come agiscono per quello che credono che sia il bene delle figlie o il male minore. Vogliono che Elsa impari a controllare i suoi poteri miracolosi e che non sia una minaccia per sé stessa e gli altri, soprattutto per la sorella.
Piccolo appunto, avrei preferito che il rapporto tra le due sorelle da piccole fosse stato più sviluppato. Lo so, si tratta di un film Disney e ci si deve aspettare una narrazione veloce/superficiale, tuttavia, dal momento che la storia è incentrata sulla loro relazione, una scenetta in più tra Elsa e Anna da bambine sarebbe stata gradevole. Inoltre devo confessare che la scelta di cancellare le memorie di Anna e quindi rendere sua sorella poco più che una sconosciuta per lei mi ha lasciata interdetta. Una delle rare volte che la Disney mette in scena un legame fra sorelle, mi sarei aspettata di vederlo già formato e sviluppato, con le sue forze e le sue debolezze ma preesistente alla vicenda principale, invece vediamo che non è così. Più ci penso, più mi convinco che per certi versi è stato meglio rappresentato il legame di sorellanza fra Lilo e Nani (Lilo & Stitch), nonostante sia un legame che oscilla tra sorella-sorella e madre-figlia. Il legame delle due sorelle hawaiane infatti riesce ad essere più vero e quotidiano, colmo di urla, litigate, sguardi di stizza (vi ricordate la scena del litigio?), ma anche pieno di incondizionato affetto. Uno sviluppo del genere in Elsa e Anna non è stato possibile. Ora, dopo l'incidente, le bambine crescono senza quasi contatti fra di loro e la minore ne soffre molto, soprattutto perché non ne comprende il motivo, mentre Elsa soffoca il suo dolore nel silenzio. Come se non bastasse i genitori muoiono durante una traversata e le due sorelle si ritrovano orfane.
Tre anni dopo la dipartita, Elsa diventa maggiorenne e le porte del palazzo si aprono finalmente per la cerimonia di incoronazione. Mentre Anna, vissuta in solitudine e nell'isolamento, è a dir poco entusiasta della festa che si terrà la sera e sogna di incontrare il suo "vero amore", Elsa al contrario è incredibilmente tesa perché dovrà controllare i suoi poteri davanti a centinaia di persone e, come da copione, durante il ricevimento perde il controllo e usa i suoi poteri davanti a tutti, compresa la sorella Anna. Spaventata dalla reazione della folla, che la accusa di stregoneria, Elsa fugge dal Palazzo e si rifugia sulla Montagna del Nord dove edifica un inespugnabile castello di ghiaccio. Intanto, tutta Arandelle è piombata in un inverno perenne proprio a causa dei poteri di Elsa e per riportare l'estate e non morire tutti assiderati, Anna decide di inseguire la sorella e convincerla a tornare. Intanto, il regno è affidato ad Hans, principe delle Isole del Sud che ha conosciuto Anna durante la cerimonia per l'incoronazione della sorella ed ha chiesto di sposarla (il tutto in una serata), il loro fidanzamento però non è stata benedetta da Elsa. La principessa, quella sera, aveva infatti rimproverato la sorella per la sua impulsività dicendole che non ci si può innamorare e sposare una persona dopo averla conosciuta solo per una serata. Ad ogni modo, durante il suo viaggio Anna incontra un rozzo, ma simpatico venditore di ghiaccio, Kristoff e i due, accompagnati da un buffo pupazzo di neve, Olaf, arrivano finalmente al castello di Elsa. Altro appunto, una volta arrivati alla fortezza, il confronto tra le due sorelle è praticamente inesistente. Questo dovrebbe essere il momento in cui il film raggiunge il suo apice. Siamo portati ad assistere all'incontro-scontro fra due sorelle che possono finalmente fronteggiarsi dopo tanti anni e ci sono tutti gli ingredienti per una scena ricca (insicurezza, chiusura e bisogno di solitudine da un lato, speranza e esuberanza dall'altro, il tutto condito dalla mancanza di tempo). Eppure, la scena si rivela essere una delusione. Innanzitutto, invece di parlarsi, le due sorelle cantano, il che non sarebbe negativo se questo fosse un film Disney con una colonna sonora come si deve ma, come ho già detto così non è, e il momento clue del film, il confronto due sorelle che possono finalmente parlarsi dopo tanti anni di silenzio, la disperazione straziante di Elsa per non essere in grado di controllare i suoi poteri e il crescente fastidio verso la sorella minore che, per quanto si sforzi non riesce a capirla pienamente, si risolve in una delusione e il pubblico si accorge a malapena che durante la canzone/discussione Elsa ferisce di nuovo involontariamente la sorella, questa volta non alla testa, ma al cuore. Anna è destinata alla morte e Kristoff la porta dai troll che lo hanno cresciuto fin da bambino, i quali decretano che a guarire la ragazza potrà essere solamente un atto di vero amore.
A questo punto ci si chiede quale sarà l'atto di vero amore e, soprattutto, da chi verrà? Si decide quasi subito che questo atto debba essere un bacio e che debba venire da Hans, il principe che Anna aveva conosciuto la famosa sera dell'incoronazione di Elsa. Comincia quindi una corsa contro il tempo per riportare la principessa al palazzo dal suo promesso sposo. Proprio lì, però Anna scopre con orrorre che Hans è un imbroglione, intenzionato a sposarla solamente per avere una possibilità di ereditare un trono (essendo lui sì un principe, ma tredicesimo nella linea di successione). Il giovane decide quindi di lasciare Anna a morire e di dare la colpa ad Elsa, nel frattempo imprigionata, che verrà così giustiziata lasciandogli campo libero per il trono. Tuttavia, Elsa riesce a fuggire dalla prigione grazie ai suoi poteri, anche Anna riesce a fuggire dal palazzo dove era stata abbandonata alla morte e vaga alla ricerca di Kristoff che capisce di amare e che sa potrà salvarla con un gesto di vero amore. Proprio mentre sta per raggiungere il venditore di ghiaccio, però, Anna scorge con la coda dell'occhio la sorella che sta per essere trafitta dalla spada di Hans. Abbandona dunque Kristoff e fa da scudo alla sorella con il proprio corpo e, mentre ciò accade, si trasforma completamente in una statua di ghiaccio sulla quale la spada di Hans si infrange. Elsa disperata piange la morte della sorella e tra le sue lacrime, Anna torna miracolosamente in vita. Fine della storia.
La cosa che ho apprezzato di più della pellicola è stata la messa in scena di un amore diverso da quello romantico, anche se si intuisce che Kristoff e Anna siano innamorati (i due si scambiano anche un bacio), la vera storia d'amore è quella tra le due sorelle. L'amore fraterno (specialmente quello tra due sorelle) non era ancora stato portato in scena dalla Disney (fatta eccezione per Koda fratello orso, come mi ha fatto notare ricciocorno, mi scuso per averlo dimenticato) ed i suoi rapporti tra sorelle lasciavano parecchio a desiderare (le sorellastre di Cenerentola non sono certo un esempio di amore fraterno e le sei sorelle di Ariel quasi non compaiono nel film). In questo film invece le due sorelle sono anche due amiche, due compagne che vogliono l'una il bene dell'altro, ma reagiscono agli eventi della loro vita in maniera diversa. Elsa è fredda e razionale. Non possiede la spensieratezza della sua età, ma vive con un peso che la sorella non riesce neppure ad immaginare sommato al senso di colpa per aver quasi ucciso sua sorella da bambina. Taglia fuori Anna dalla sua vita sostanzialmente per proteggerla, mentre Anna vorrebbe entrarvi con tutta sé stessa e ritrovare con la sorella quel rapporto meraviglioso e magico che avevano da piccole. Proprio per questo come ho già detto avrei preferito che il rapporto venisse esplorato un tantino di più.
Altro elemento che ho apprezzato è stata l'assenza del matrimonio finale, matrimonio che abbiamo anche nei film con le nuove Disney Princess (Tiana e Rapunzel per intenderci). Inoltre, abbiamo una seconda principessa, oltre a Merida, ufficialmente senza storia d'amore, Elsa, che alla fine del film eredita il trono e governa il suo regno in totale autonomia.
Parliamo poi della storia d'amore di Anna. Si vede che la Disney ha imparato a prendere un po' in giro le principesse della "vecchia generazione" modello Cenerentola, per dire, e il loro concetto di amore totalmente irreale. Un amore che concepisce il matrimonio come un'unione tra quelli che sono essenzialmente due sconosciuti, come Hans ed Anna, insegnando che uno dei presupposti essenziali per amarsi è conoscersi. Forse il fulcro del film oltre alla relazione tra Elsa ed Anna è proprio la discussione sull'amore. Che cos'è l'amore? L'amore è mettere il bene di una persona davanti al proprio, cantano i troll che hanno dato a Kristoff una famiglia. L'amore è il motore che muove le decisioni dei personaggi principali del film, Elsa ha dimostrato il suo amore per Anna per tanti anni, tagliandola fuori dalla sua vita per proteggerla, Kristoff torna da Anna per amore, i troll hanno "adottato" e cresciuto il piccolo montanaro e la sua renna per amore ed Anna dimostra il suo amore per Elsa mettendo la vita della sorella davanti alla sua.
Quindi, alla fine del film, il gesto d'amore che salva Anna è il suo.
Le due sorelle Anna a sinistra ed Elsa a destra

lunedì 11 novembre 2013

Trust (film 2010) e la cultura dello stupro

Oggi vi voglio parlare di un film.
Negli Stati Uniti, un paio di anni fa, c'è stato un boom di pellicole sull'argomento giovani ed internet, focalizzandosi nello specifico sui pericoli che il web può veicolare. Scrivo veicolare per un motivo preciso, ossia per introdurre una doverosa premessa: tutte le nefandezze che vengono compiute attraverso internet si possono benissimo compiere anche senza di esso, quindi la soluzione non è "togliamo internet ai ragazzi", non è lì che il mio articolo va a parare e nemmeno molti dei film sull'argomento. Internet, facebook, twitter, il defunto messenger e quant'altro sono mezzi, come la televisione, non sono né il male, né il bene, ma possono essere usati sia per compiere cattive azioni e trasformare la vita degli altri in un incubo che per compierne di giuste e facilitare la propria e l'altrui esistenza (ve lo dico da studentessa universitaria che invece di essere condannata a file chilometriche e corse ad ostacoli con altri sventurati per iscriversi ad una sessione di esami, può risolvere il tutto con un paio di click, comodamente spaparanzata sul divano; i miei genitori ai tempi loro ci avrebbero messo la firma). Il bullismo, la pedofilia e la violenza sessuale non sono causati da internet, sono solamente diffusi anche attraverso il web. Non cessano se spegnamo il computer, ci sono ancora sotto diverse forme, pericolosi allo stesso modo e finché non cambieremo la mentalità alla radice non cesseranno mai. Quindi, nonostante il rischio di cadere nello stereotipo del "si stava meglio quando si stava peggio", "i bei tempi andati", "un tempo le ragazzine potevano essere tenute sotto controllo" e altre delizie del genere sia sempre dietro l'angolo, secondo il mio modesto parere alcuni di questi film meritano di essere visti e di essere discussi. Come ad esempio Trust del 2010 e Cyberbully dell'anno successivo.
Fine della doverosa premessa.


In questo post prenderò in esame Trust, che avevo già visto qualche anno fa ma ho voluto rivedere questa mattina per fare un ripasso (se anche voi siete interessati sappiate che lo si può facilmente trovare su internet sia in inglese che in francese, purtroppo non sottotitolato). Guardatevi dal continuare la lettura se non volete rovinarvi la visione perché ci saranno parecchi spoiler, fra cui il finale della pellicola. Partiamo.
Protagonista del film è Annie Cameron, una ragazzina che ha appena compiuto quattordici anni e frequenta il liceo. Un'adolescente assolutamente ordinaria, con una famiglia di una normalità quasi banale, mamma, papà, fratello che va al college e sorellina. Come la maggiorparte delle ragazze ha una migliore amica e in questo momento della sua vita ha un obiettivo: entrare nella squadra di pallavolo della scuola, per cui si sta allenando duramente. In questo ritratto assolutamente quotidiano rientra anche internet che oggi per molti, soprattutto ragazzi, me compresa, appartiene alla vita di tutti i giorni. In particolare, Annie tascorre molto tempo a chattare, manda messaggi alle amiche prima di uscire di casa, riporta come procedono i suoi allenamenti, parla della scuola ecc... Io, che nel 2010 di anni ne avevo sedici, devo dire di aver conosciuto il mondo delle chat (guardato da molti come un novello girone infernale costellato di notifiche, x e kk) molto prima della nostra protagonista. Mi sono iscritta all'ormai defunto MSN messenger all'età di undici anni, creando il mio primo indirizzo mail. All'indomani della mia iscrizione i miei contatti erano tre, mio papà, mio cugino e mia sorella (con cui per altro non potevo chattare dal momento che non avevamo ancora un nostro computer e dovevamo condividere quello di casa) a cui si aggiunsero in seguito alcuni compagni di scuola, parentado vario ed i miei amici e solo mesi dopo mia mamma, che è sempre stata la meno tecnologica in famiglia. Quando gli argomenti di cui parlare scemavano, le nostre conversazioni, dopo il superamento del banale "cm stai?" e "cs fai?" alla fine viravano spesso su "ci scambiamo le emotikon?" e partiva così una serie sterminata di faccine, dal più classico smile sorridente ai due che si baciavano, a quello che mangiava la pasta, al criceto hamtaro (vi giuro c'era!), all'areoplano, alla faccina con gli occhioni imploranti (la mia preferita). Le emotikon erano per me delle figurine virtuali, andavano collezionate il più possibile in un album che non sarebbe finito mai e, ancora meglio, gratuito. Le adoravo. Torniamo ad Annie, da ragazza abituata ad usare internet tutti i giorni, il lettore immaginerà la sua gioia quando il giorno del suo compleanno le viene regalato un computer tutto per lei. Capiamo subito che Annie usa internet alla luce del sole, senza bisogno di nascondere nulla ai suoi genitori, che sono proprio coloro che le regalano il laptop. Il padre le chiede spesso incruiosito cosa significhino i vari LOL e OMG che si scambia con gli amici, senza sprezzo o desolazione, ma candidamente, al massimo con qualche risatina. La presenza di internet nella vita della figlia non è percepita come sinistra o pericolosa, ma naturale. Nessuno rimprovera Annie perché sta troppo al computer, né la ragazza trascura la sua vita reale per quella virtuale. Non si chiude in camera ventiquattro ore su ventiquattro a chattare, il web non è il fine della sua esistenza, ma semplicemente un mezzo di comunicazione come il telefono qualche decennio fa. Come ho già detto ha i suoi amici, balla con la sorellina per la camera, fa sport, studia e chatta. Nella tranquillità e nella normalità più totale.
In una chat room, Annie conosce Charlie, un ragazzo di sedici anni. I due iniziano una relazione virtuale, parlano della loro famiglia, delle loro passioni, della scuola e si scambiano delle foto. Proprio in procinto di mandare la sua, Charlie confessa ad Annie di non avere sedici anni, ma venti e di averle nascosto l'età perché non voleva che lei lo ritenesse un "maestrino", dal momento che gioca nella squadra di pallavolo del college e le ha dato consigli su come migliorare la sua tecnica. Annie rimane turbata dalla rivelazione, ma la relazione fra i due continua, complice il fatto che finalmente Charlie le ha mandato una sua fotografia durante una partita. I giorni passano, Annie riesce ad entrare nella squadra di pallavolo della scuola e festeggia la bella notizia con i genitori e con Charlie stesso, avvisato prontamente con un messaggio. La ragazza sente di provare qualcosa per lui ed ha tutte le ragioni per credersi ricambiata, visto l'interesse del ragazzo nei suoi confronti, i complimenti e il desiderio da lui espresso di potersi, magari in futuro, incontrare. Una sera, mentre i genitori di Annie si stanno preparando per accompagnare il figlio maggiore al college, Charlie fa una seconda confessione, non ha vent'anni, bensì venticinque. Questa volta Annie è scossa dalla rivelazione e pretende delle spiegazioni, chiedendogli per quale motivo lui continui a mentirle. Per calmarla, il ragazzo la chiama al telefono ed i due hanno una lunga conversazione, dopo la quale Annie si sente rassicurata e decide di chiudere un occhio sulla differenza di età, soprattutto perché Charlie le confessa di essere seriamente interessato a lei e di considerarla uno spirito affine, la sua anima gemella. Accade così che il giorno della partenza del fratello di Annie per il college, Charlie le manda un messaggio dicendole che si trova a Chicago e che vorrebbe incontrarla al centro commerciale. L'invito coglie la ragazza alla sprovvista, che però, emozionata, decide di accettare e si dirige al luogo prefissato. A questo punto avviene quello che forse molti tra voi avranno già ipotizzato. A presentarsi all'appuntamento non è un venticinquenne, ma un uomo di mezza età che dice di essere Charlie. "E' una specie di scherzo?" è quanto riesce a dire una Annie sconvolta mentre tenta di trattenere le lacrime, ma purtroppo non è uno scherzo. Il ragazzo che diceva di essere Charlie e con cui Annie ha conversato amabilmente per due mesi fino ad innamorarsi di lui, non è un ragazzo, bensì un uomo che le intima di non rattristarsi e di lasciare perdere "questa cosa dell'età" perché in fondo "sono la stessa persona con cui hai parlato per questi due mesi" e il motivo per cui ha continuato a mentire e si è spacciato per un ragazzino era che "temevo che tu non fossi abbastanza matura per una relazione di questo genere". Insomma, il meccanismo del victim blaming il pedofilo lo conosce benissimo, nel tessere la trappola per la sua vittima, finge di essere lui quello fragile e quasi ferito dalla reazione di Annie una volta scoperta la sua età e, facendo leva sulla convinzione della ragazza di essere unica e speciale per lui e di aver fatto veramente breccia nel suo cuore, la persuade a concedergli un pomeriggio e i due fanno un giro nel centro commerciale, dove, tra le altre cose, vengono visti da Britney, la migliore amica della protagonista. Durante tutto l'appuntamento vediamo Annie visibilmente a disagio, la ragazza è scioccata di avere davanti a sé un uomo che potrebbe essere suo padre e ancora di più lo è dal fatto di essersi infatuata di lui o almeno delle sue belle parole e, tra risatine stentate e imbarazzanti silenzi, il pomeriggio trascorre. L'incubo, però, è appena iniziato. Infatti Charlie esorta la bambina a salire in macchina con lui, dove le porge un regalo che  ha comprato per lei: un completino intimo di pizzo rosso. In seguito, porta la ragazza in un motel e la persuade a provarsi il completino. Sotto lo sguardo famelico dell'uomo e protetta solo da pochi centimetri di pizzo scarlatto, Annie è ormai decisa a volersi tirare fuori da quella situazione e, dopo un paio di secondi in lingerie, fa per rimettersi i vestiti, ma è fermata da Charlie che le intima di avvicinarsi affinché possa ammirarla meglio, complimentandosi per il fisico. I due sono seduti sul letto e a un certo punto Charlie mette le mani addosso alla ragazza, inizia a toccarla, in maniera decisa, e in pochi attimi le è sopra. L'immagine sfoca ma noi sappiamo benissimo quello che è successo, Charlie ed Annie hanno fatto sesso, o meglio, Charlie ha violentato Annie.
Quello a cui ci troviamo davanti è uno stupro in piena regola, ma come diceva Franca Rame: "Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità competenti pestata e sanguinante, se si presenta morta è meglio! Un cadavere con segni di stupro e sevizie dà più garanzie."  Annie non ha segni di violenza fisica, non ha subito percosse, non è stata picchiata, non ha lividi, non perde sangue, ma noi spettatori sappiamo che ha subito violenza, perché sappiamo che lei non voleva fare sesso con quell'uomo, ma vi è stata costretta, dalla sua sicurezza, dalle sue menzogne, da una tela architettata in due mesi di inganni da cui la quattordicenne non può più liberarsi. Dopo lo stupro, vediamo Annie tornare alla vita di sempre, solo che lei non è più la ragazza di sempre, è una ragazza che è stata violentata, ma che non è in grado di ammetterlo neanche a sé stessa, figuriamoci di dirlo a terzi. Ogni suo minuto libero è dedicato alla ricerca di Charlie, perché il suo stupratore, dopo il pomeriggio al centro commerciale, non si è più fatto risentire, e Annie, che ancora non riesce e non vuole credere di essere stata raggirata si aggrappa, alle flebili speranze di significare qualcosa per quell'uomo, di essere la sua anima gemella. Sono strazianti le scene in cui Annie piange al telefono implorando il suo carnefice di richiamarla. In tutto questo, Britney si rende conto che l'uomo con cui aveva visto l'amica al centro commerciale era proprio il Charlie di cui le aveva tanto parlato ed intuisce che i due hanno fatto sesso, così riferisce l'accaduto alla Preside del liceo. La donna fa chiamare subito la polizia ed Annie viene portata a casa da una voltante sotto gli sguardi incuriositi dei compagni di classe. Una volta capito perché gli agenti sono venuti a prenderla, la ragazza rivela ai suoi genitori la vera etaà di Charlie (Annie, infatti, quando ancora credeva che l'uomo fosse un liceale non ne aveva tenuta nascosta ai genitori l'esistenza) e confessa di aver avuto un rapporto sessuale con lui.
La notizia che la loro bambina è stata violentata devasta, com'è intuibile, i genitori e il film si focalizza principalmente sulla reazione del padre. Quest'uomo che, la pellicola lascia intendere, ha sempre avuto un ottimo rapporto con la figlia e con il resto della prole, non riesce a capacitarsi che sua figlia sia stata stuprata, né che non riesca ad ammettere la violenza. Will Cameron, questo il nome dell'uomo, inorridisce nel vedere come Annie sia ancora, in un certo modo, attratta dal suo carnefice e fatichi a rendersi conto che tutte le sue parole, tutte le sue attenzioni siano state solo menzogne. Due mesi di conversazioni sono difficili da cancellare. Nella notte, il padre di Annie è straziato dalle immagini della figlia, la vede violentata da un bruto, alcolizzato, stuprata mentre grida  nel terrore il suo nome, implora "papa', aiutami". L'ossessione del fare giustizia e scovare lo stupratore della figlia diventa tale da alienarlo dalla sua famiglia e dalla sua stessa bambina che, aiutata da una valida psicologa, vuole cercare di superare quanto accaduto e reintegrarsi fra i suoi coetanei, tornando alla vita di prima. La sua ossessione per il carnefice, in parole povere, non gli permette di aiutare veramente la figlia.
Quello che è, secondo me, brillante del personaggio di Will Cameron, interpretato da un convincente Clive Owen, è come lo stupro subito dalla figlia gli faccia vedere in una luce tutta nuova la società in cui vive. Una luce agghiacciante che illumina la mercificazione quotidiana dei corpi, soprattutto femminili, soprattutto giovani, molto giovani. Will Cameron è un uomo che, durante il film, scopre la cultura dello stupro che permea la nostra società. Da pubblicitario, infatti, vede in maniera del tutto nuova le immagini che promuovono una nota marca di vestiti, approvate da lui stesso solo qualche settimana prima. Adesso, quei corpi di ragazze giovanissime in pose provocanti, senza quasi nulla addosso, invitanti, sensuali, che "fanno sesso" nel vero senso della parola, lo atterriscono e lo inquietano. In loro rivede sua figlia e si domanda se non sia sbagliato che dei corpi così giovani siano denudati ed appesi per le citta', esposti agli sguardi di chiunque. Si chiede se non ci sia qualcosa di profodamente malsano nel fatto che corpi adolescenziali, ancora acerbi, siano truccati ed abbigliati per suscitare desiderio in uomini adulti e maturi, in uomini come lo stupratore di sua figlia, ma, questo è ciò che più lo spaventa, anche in se' stesso. Will scopre passo dopo passo le grandi contraddizioni che permeano il mondo in cui vive, a partire dal suo stesso lavoro, da un lato la criminalizzazione della pedofilia, il disgusto conclamato che tutti provano per il violentatore della figlia e dall'altro immagini che suggeriscono la violenza sessuale, che mostrano corpi femminili disponibili e sessualizzati, corpi di adolescenti, poco più che bambine.
Questa cultura forse non incita allo stupro? Chi è lo stupratore? Un reietto, uno scarto della società, un individuo con problemi a relazionarsi con l'altro o un insospettabile padre di famiglia? Chi è il mostro che ha stuprato Annie? Per ottenere finalmente una risposta, là dove la polizia continua a fallire, Will decide di assoldate un detective privato che gli fornisce un elenco di uomini fermati precedentemente per molestie sessuali nel New Jersey. Durante una partita di pallavolo della ragazza, qualche giorno dopo, Will riconosce uno degli uomini nella lista mentre scattando all'impazzata foto alle ragazzine. Inferocito, si avventa contro il fotografo e lo assale, creando lo scompiglio fra le tribune fino a quando una ragazza, inorridita e spaventata, grida che l'uomo stava scattando foto alla partita perché è suo padre. Un padre che è stato fermato per molestie sessuali. Ovviamente questo la figlia non lo sa. E poiché il padre ci tiene a non farglielo scoprire, decide di non denunciare Will per l'aggressione in cambio del suo silenzio. Quell'uomo non è uno stupratore dunque, non lo stupratore di Annie almeno. Quell'uomo è stato denunciato per molestie sessuali, una persona insospettabile, un padre di famiglia appunto, e dietro a quanti altri padri di famiglia si celano stupratori, molestatori, sfruttatori? Il film pone continuamente la stessa domanda "di chi ci possiamo fidare?". Sembra proprio di nessuno. Chiunque può essere un mostro.
Altro argomento su cui il film ci impone una riflessione: cos'è lo stupro nella mentalità comune? Di certo quello che ha subito Annie per molti non è stupro o forse non è abbastanza stupro, del resto Annie ha seguito Charlie volontariamente nel motel, non ci è stata trascinata per i capelli, come sembra suggerire il capo di Will, quando, saputo dell'accaduto commenta con un "sarebbe potuto essere molto peggio". Così la pensano anche molti ragazzi a scuola che creano un manifesto, su internet, raffigurante Annie in pose provocanti, nuda su un letto ed un uomo dietro. Sopra di lei campeggiano scritte eloquente "non è stata stuprata", "lo voleva". Quando Annie si trova di fronte a questa immagine, il fardello che sta portando sulle spalle diventa veramente troppo pesante e la ragazza tenta il suicidio. Verrà salvata dal padre.
Annie non riuscirà ad ammettere di essere stata violentata fino a che non le saranno mostrate le foto delle altre vittime di "Charlie", solo allora capirà una volta per tutte che l'uomo non era innamorato di lei ed accetterà di essere stata raggirata e stuprata. Di essere una vittima.
Senza tenervi troppo sulle spine, vi rivelo che il film non ha un lieto fine. Li ricordate i due principali ingredienti del lieto fine, no? Il trionfo del bene e la punizione del malvagio. Non possiamo certo dire che ci sia un trionfo del bene. Annie e suo padre si riconciliano, è vero, l'uomo ne impedisce il tentato suicidio e la famiglia ricopre la figlia di affetto, di supporto. Lo spettatore può ben sperare che la ragazza riuscirà a superare il trauma che ha subito. Piano, certamente, ma riuscirà. La società però non è cambiata, i cartelloni pubblicitari con ragazzine sessualizzate e disponibili ci sono ancora, basta uscire di casa, e così anche gli uomini come il datore di lavoro di Will, il collega che ammicca alla cameriera chiedendole se "c'è anche lei sul menu'", tutti coloro per cui Annie non è stata veramente stuprata, ma lo voleva, perchè in fondo ha seguito Charlie nel motel, no? Non si stava dimenando, non ha gridato aiuto, non ha neanche un graffio. E sappiamo che per la mentalità comune se non c'è livido non è stupro.
Non abbiamo nemmeno la punizione del malvagio agognata da molti, perche' "Charlie" non si riesce a trovare, o almeno, la polizia non riesce a trovarlo, lo spettatore sì. Se lo ritrova davanti, suo malgrado alla fine del film
Veniamo infatti a sapere che il vero nome di Charlie è Graham Weston. Un uomo sposato, con un figlio e una gratificante carriera di professore di fisica in un prestigioso liceo. Nell'ultima scena viene fermato da uno dei suoi studenti che gli presenta entusiasta la sua famiglia, mentre il bambino di Weston, orgoglioso, riprende la scena con la videocamera.